venerdì 19 ottobre 2012

MO YAN / SORGO ROSSO







Passo dello Scalone, (744 m), 19/10/2012 – 6:00:13


Tra i monti calabri è sbocciata la primavera, ma l’autunno ha posato le sue dita cremisi sui faggi e tra  il folto pube delle pinete già da un mese. Rossi gli aceri, rossi i sambuchi, rossi anche le felci con i suoi miceti umidi. Nel bosco i cacciatori steccano i cinghiali e a volte sbagliano mira: uomo contro uomo, vita contro morte. E rosso è pure il sangue che sgorga nei rigagnoli delle siepi di castagno e filo spinato; rosso come il sorgo che abita il deserto di Gaomi, la città-mondo costruita magistralmente da Mo Yan nell’armadio che trattiene la sua infanzia contadina.

«Ho amato profondamente la zona a nord-est di Gaomi, e l’ho odiata profondamente. Divenuto adulto, mi sono immerso nello studio del marxismo e ho capito che è senza dubbio il posto più bello e più orribile del mondo, il più insolito e il più comune, il più puro e il più corrotto, il più eroico e il più vile, il paese dei più grandi bevitori e dei migliori amanti.»

Simile all’imperturbabile Pietra Cappa, monumento vivo di una Calabria occulta, coltellata di roccia tra San Luca e Careri, l’enorme fusto del sorgo tinge l’esistenza di un intero popolo, quello cinese, in una lotta brutale contro l’esercito del Giappone. Un fratricidio impietoso che va dalle grassazioni e dal banditismo degli anni Venti del Novecento fino al periodo che anticipò la Rivoluzione Culturale. In una narrazione visionaria e cruda, a tratti disumana, il vegetale rosso scandisce il tempo degli uomini con carità e perversità estreme.
                
 «Mio padre vide il coltello di Sun Wu che recideva come una sega l’orecchio di zio Liu… Lo zio urlava come un pazzo mentre fiotti di piscio giallo gli sprizzavano in mezzo alle gambe. Le gambe di mio padre tremavano. Un soldato giapponese si avvicinò a Sun Wu con un piatto di ceramica bianca in mano, Sun Wu vi pose dentro il grande e carnoso orecchio di zio Liu. […]Sun Wu si chinò e tagliò con un sol colpo i genitali dello zio e li mise nel piatto di ceramica che gli porgeva il soldato. […] Il soldato mise il piatto sotto il muso del cane, che dette un paio di morsi e poi risputò.»

Epos e bile si fondono lungo immensi campi di sorgo. Una civiltà disseminata di soldati, monaci buddisti, canaglie, maghi taoisti, nonne temerarie, appende il suo destino ad una pianta che ne decreta l’inizio e la fine. Sorgo rosso, di violenza, di sangue; sorgo verde, di presagio, di fatalità, utilizzato per foraggiare le bestie, per ubriacarsi tra amici, per spazzare via le macchie umane, per fare il pane.
                
 «Mia madre aveva freddo, ma dentro bruciava come il fuoco. Non mangiava né beveva dalla mattina del giorno precedente. L’arsura aveva cominciato a tormentarla la sera del giorno prima, quando nel villaggio era divampato l’incendio. Durante la notte la fame era giunta al culmine.»

Il sentimento di crudezza che avviluppa la scrittura di Mo Yan, rammenta le pagine più realiste di Vargas Llosa, Faulkner e Coetzee: l’uomo sempre in bilico tra la paura di morire e la necessità di sopravvivere. Yu Zhan’ao – questo è il nome del protagonista di “Sorgo rosso” – rappresenta un Cristo moderno, paladino generoso di una famiglia obbligata a versare il proprio sangue pur di difendere il sogno dell’esistenza.
              
  «Quando si ridestò, la seconda nonna aveva esalato l’ultimo respiro; dalla finestra veniva la puzza di decomposizione del cadavere e l’odore marcio del sangue. Quando Lian’er fu deposta nella bara, le persone presenti si coprirono il naso con fazzoletti di pelle di montone imbevuti di vino di sorgo.»

Un romanzo in cui un vento maschio spazza una terra femmina e dove il sangue buttato è morbido e liscio come piume d’uccelli. Una storia irripetibile sul sorgo, sul sangue, sul lavoro, sulla guerra. Sull’uomo: sulle sue radici.


Mo Yan, Sorgo rosso, 1988

Traduzione di Rosa Lombardi

Einaudi

giovedì 28 giugno 2012

ARTO TAPIO PAASILINNA / L’ANNO DELLA LEPRE





Serra delle Ciavole, (2.130 m), 28/07/2012 – 6:00:12

Cos’è un abbandono se non la vita stessa? Dopo tutto, come il Giappone, anche la Finlandia è simile alla terra di Ulisse. Terra di dove finisce la terra, terra di confine, terra di perdizione. Terra in cui la poesia vive dietro l’angolo, attraversa la strada all’improvviso, in cui tutto può svanire da un momento all’altro. Amare non è vivere, ma l’amore è pur vita.

«Il fotografo, che era al volante, lo vide sulla strada, ma il suo cervello intorpidito non reagì abbastanza in fretta da evitarlo. Una scarpa impolverata premette forte il pedale del freno, ma troppo tardi. L’animale, terrorizzato, spiccò un salto e andò a sbattere con un tonfo sordo contro un angolo del parabrezza, sparendo poi in un baleno nella foresta.»

Dopo una giornata di lavoro stressante e vuota, due amici, un fotografo e un giornalista, rientrano a Helsinki. È l’estate di San Giovanni: i due personaggi hanno quarant’anni, sono delusi, abbattuti e ormai traditi nelle illusioni perdute dell’amore e della fedeltà. Un sole tramontante impedisce al fotografo di vedere una lepre che gli taglia la strada. Una lepre particolare, che d’inverno diventa bianca per poi tornare grigiastra a giugno. Kaarlo Vatanen – questo è il nome del fotografo – si addentra nella selva per salvare l’animale che fugge via con una zampa rotta. Penetra nella foresta per non fare più ritorno.

«Vatanen pensò a sua moglie, a Helsinki, e si sentì male. Vatanena non amava sua moglie. Era, in un certo senso, cattiva; e cattiva, o meglio egoista, era stata fin da quando si erano sposati. Aveva l’abitudine di comprarsi dei vestiti impossibili, brutti e poco pratici, che poi indossava solo per brevi periodi, perché alla lunga non piacevano neanche a lei. Sicuramente avrebbe volentieri cambiato anche Vatanen, se solo fosse stato altrettanto facile dei vestiti.»

Scappare. Ciò che importa, è che Vatanen non tornerà più sui propri passi. Abbandonerà per sempre amici, lavoro, famiglia, sentimenti, ogni cosa. È in questo modo che inizia la storia disincantata e cruda che ci racconta Arto Tapio Paasilinna nella novella ‘L’anno della lepre’, pubblicata nel 1975. Una storia che fa ritornare in mente le atmosfere dei film di Aki Kaurismaki, la solitudine degli uomini, il desiderio troppo umano di libertà che alberga in ciascuno di noi. La lepre, un animale veloce e innocuo, metafora dell’attimo fuggente, è la scusa per fuggire dalla gabbia del consumismo che rende piatta l’esistenza terrena. Ma anche dalla quotidianità di una società organizzata secondo regole chiuse ed ipocrite.

«Vatanen si rese conto di essere sdraiato a terra, avvolto in un tappeto. Un liquido acido gli gorgogliava nello stomaco, gli saliva in bocca: aveva voglia di vomitare. Non osava aprire gli occhi, non percepiva alcun rumore, ma, riflettendoci meglio, ne sentiva di ogni sorta: mormorii, crepitii, sibili; e di nuovo una bile gialla gli riempì la bocca».

Rinchiusa nel frastuono della babele giornaliera, spremuta dal vuoto che riempie le stanze di un’infanzia spacciata, la lepre corre verso un destino migliore. Che disconosce.



Arto Tapio Paasilinna, L’anno della lepre, 1975

Traduzione di Ernesto Boella

Iperborea

mercoledì 27 giugno 2012

ISMAIL KADARÉ / APRILE SPEZZATO











Monte Pietracappella, (1.823 m), 27/06/2012 – 6:00:11




E nonostante le unghiate di Caronte o le madide leccate di Scipione l’Africano;  nonostante l’incendio dei grilli e il segreto dei campi annaffiati dal sale di Amantea; nonostante la morte sulle autostrade arroventate, e gli insopportabili lutti prematuri, e i cucchiai, e le Regine, e la crisi, e i pozzi, e le disumane braccia di Damasco. Nonostante tutto – se nel tutto ancora abita qualcosa di simile alla realtà – sui colli argentati dall’ultimo sole di giugno, la vita si sbrana.                                                                                                                                                                                                Il diciassette marzo di un anno indefinito, Gjorg Berisha deve vendicare l’assassinio di suo fratello, per non venir meno alle regole della Besa: uno dei principi originari del Kanun, un insieme di norme consuetudinarie albanesi che stabilisce, senza scelta, modalità, costo e tempo di ogni colpa. In seguito all’uccisione, consumata tra insicurezze e melograni, a Gjorg non resta che il tormento eterno e un solo mese di tregua. Oltre le ante arrugginite della sua finestra, affacciata su un mondo di macerie, la morte si aggira lungo qualsiasi rigagnolo riarso, dietro ogni muro, su tutte le grondaie.

«Sulla curva della strada, forse per la ventesima volta dacché si era appostato, gli parve di vedere sbucare l’uomo che doveva essere la sua vittima. Avanzava con passo corto, e la canna tutta nera del fucile oltrepassava la sua spalla destra. La vedetta trasalì. No, questa volta non era più una visione. Era quello l’uomo che aspettava. Proprio come le altre volte, Gjorg puntò il fucile contro l’uomo e mirò al capo. Per un attimo gli sembrò che avesse un’espressione corrucciata, che cercasse di scansarsi dalla linea di mira, e all’ultimo momento credette persino di distinguere sul volto dell’uomo un sorriso ironico. Sei mesi prima gli era accaduta la stessa cosa e, per non mutilare quel volto (chissà da dove gli era venuto all’ultimo momento quel sentimento di pietà?), aveva abbassato il mirino dell’arma e ferito il nemico al collo. L’uomo si avvicinava. ‘Purché questa volta non lo ferisca soltanto’, pensò Gjorg, quasi in tono di preghiera. I suoi familiari avevano durato una gran fatica a pagare l’ammenda per la prima ferita, e una seconda li avrebbe mandati in rovina. Se invece il colpo fosse stato mortale, non avrebbero avuto niente da risarcire».

“Aprile spezzato” fu pubblicato nel 1982 dal poeta Ismail Kadaré, cantore insuperabile della terra d’Albania, architetto di storie brutali ed autentiche. Tra i suoi capolavori ricordiamo “La città di pietra” del 1971, “Chi ha riportato Doruntina?” del 1980 e “L’anno avverso” del 1986.                                                                                                                                                             Nato nel 1936 ad Argirocastro, città antica che contiene un’importante comunità greca, dopo una notevole attività poetica, Kadaré esordisce nella narrativa negli anni Sessanta. Per manifestare il proprio dissenso nei confronti della dirigenza albanese, nel 1990 ha ottenuto asilo politico in Francia, dividendosi appunto tra Tirana e Parigi.

«L’imposta del sangue?’ gli chiese, lanciando uno sguardo furtivo sulla manica destra e, senza attendere risposta, protese il braccio a indicare una delle gallerie. Gjorg si avviò in quella direzione, sebbene sentisse che le gambe non lo sostenevano più. Di fronte a lui si trovava una porta di legno antichissima. Si voltò indietro come per chiedere all’uomo che gli aveva parlato se dovesse entrare lì, ma l’altro era scomparso. Osservò per un momento la porta, prima di decidersi a bussare. Il legno era tarlato dappertutto e cosparso di chiodi di ogni sorta e di pezzi di ferro piantati disordinatamente, per la maggior parte di traverso e senza alcuna funzione. Quei pezzi di ferraglia erano compenetrati nella vetustà del legno come le unghie nella mano di un vecchio».

Nel bel mezzo delle nerbate di un vento farinoso, la vita breve di Gjorg si attorciglia come una serpe invasata con quelle di Diana e Besian, una donna avvenente e uno scrittore avventuriero. Tale incontro sarà nefasto: metterà infatti in bilico l’amore dei due e indurrà Gjorg a un’imprudenza fatale. Kadaré ci racconta la leggenda di una terra ruvida e inospitale, fertile e sanguigna, dove il tempo sembra essersi fermato per sempre. La vita e la morte, la passione e i destini, danzano su un sottilissimo filo che alla fine non potrà che spezzarsi in un aprile inesorabile.

«Per un istante, gli sembro che il mondo si attutisse completamente, poi, attraverso quella sordità, percepì alcuni passi. Sentì due mani che muovevano il suo corpo. ‘Mi girano sulla schiena’, pensò. Ma in quel momento qualcosa di freddo, forse la canna del suo fucile, gli tocco la guancia destra. ‘O Dio mio, secondo tutte le regole!’ Si sforzò di aprire gli occhi, senza rendersi bene conto se vi riuscisse o no. Invece del suo uccisore, scorse alcune chiazze di neve non del tutto disciolte e , fra esse, il bue nero ancora invenduto. ‘Tutto qui’, pensò, ‘e in fondo è durato anche troppo.’»


Ismail Kadaré, Aprile spezzato, 1982

Traduzione di Flavia Celotto

Longanesi

lunedì 7 maggio 2012

‘ALA AL-ASWANI / PALAZZO YACOUBIAN




Monte Pollino, (2.248 m), 07/05/2012 – 6:00:10

Lontano da tutto, fuori da ogni luogo, sbarbandosi con i suoi lupi tra i canneti di Orsomarso, il nostro pastore ulula la sua solitudine, nel bel mezzo della sua pace ritrovata e del suo pianto allegro. I suoi occhi sono pieni d’aria, le sue lacrime versano nostalgia. Più in là delle nuvole che braccano il cielo sopra Crotone, nell’afrore pungente della salsedine e del mare, dove la vita si dipana sulle note di un vento secco e sabbioso, e forse ancora più in là del sogno magno greco, tra la morte ondosa dei cormorani, nelle urla scoscese dei gabbiani, procede la vita assurda di chi respira calpestando le regole del mondo, di chi proibisce proibire, tra le fedi e la trasgressione.

«La distanza fra vicolo Behler, dove abita, e il suo ufficio a Palazzo Yacoubian non supera i cento metri, ma ogni mattina Zaki bey al-Dusuqi impiega un’ora per salutare gli amici che incontra lungo la strada. Conosce per nome tutti i proprietari dei negozi di abbigliamento e di scarpe, i commessi e le commesse, gli inservienti e gli impiegati del cinema, i clienti del Caffè brasiliano, perfino i portieri, i lustrascarpe, i mendicanti e i vigli; Zaki bey li saluta e commenta con loro le ultime novità. È uno dei più antichi abitanti di via Suleyman pasha. Vi è arrivato verso la fine degli anni quaranta, dopo essersi laureato in Francia, e non l’ha più abbandonata. Gli abitanti del quartiere lo considerano un simpatico personaggio folcloristico.»

Palazzo Yacoubian è un romanzo confezionato alla perfezione da ‘Ala Al-Aswani, lo scrittore egiziano nato al Cairo nel 1957 che ha convertito la sua opera prima nel libro più venduto nel mondo arabo. Palazzo Yacoubian rappresenta il centro nevralgico di ogni accadimento umano: dalle vittorie alle sconfitte di chi ha amato sopra ogni cosa.

«In questo momento, per esempio, si sta esercitando ad amare e a odiare la gente secondo i valori islamici. Ha appreso dallo sheikh che l’essere umano è l’essere più abietto e più meschino sulla faccia della Terra. Gli uomini si amano e si odiano in base a concetti terreni, invece dovrebbero amarsi in base alla devozione religiosa. Taha ha cambiato opinione rispetto a moltissime cose: prima amava certi inquilini perché erano buoni e generosi con lui, adesso invece li detesta perché non pregano o bevono alcolici. Si è affezionato così tanto ai suoi compagni della Gama’a islamica ce darebbe la vita per loro. Tutti i vecchi valori terreni sono crollati come una costruzione decrepita.»

Nel romanzo, ogni aspetto malato o deprecabile della politica, della religione o del folclore, è riportato e contestato con estrema chiarezza e semplicità. Tutti i personaggi che si susseguono in un mosaico di vizi, passioni e abitudini quotidiane,rappresentano un modello di un Egitto sconosciuto ai molti, e spesso legato agli stereotipi dell’integralismo islamico. E in tal modo, ci si imbatte nell’intellettuale gay che ama con fervore gli uomini nubiani; nell’uomo d’affari senza scrupoli che ha deciso di entrare in politica ad ogni costo e contro ogni regola; così come negli indigenti che hanno deciso di sopravvivere sui tetti del Palazzo nella speranza di raggiungere uno stile di vita più degno.

«La protesta degli studenti cominciò fin dal mattino presto nella maggior parte delle università. Le lezioni furono interrotte, le autoscuole chiuse e gli studenti si mossero numerosi, gridando slogan e innalzando cartelli contro la Guerra del Golfo. Quando venne annunciata la preghiera di mezzogiorno circa cinquemila giovani si allinearono per pregare sullo spiazzo di fronte alla sala delle riunioni (i ragazzi davanti e le ragazza dietro). Abdu aveva detto ai vicini che lavorava come cuoco da Hatim Rashid, ma quelli non gli avevano creduto: sapevano dell’omosessualità di Hatim e sapevano che rimaneva a dormire da lui almeno due volte alla settimana. Scherzavano spesso su quei “cibi notturni” che Abdu preparava per il suo padrone. Sapevano la verità e la accettavano.»

E da qui ha inizio una lezione di scrittura morale: la penna scianca i pregiudizi e i tabù come un’ascia, senza lasciare spazio alle ipocrisie dettate dall’ignoranza e dalla pigrizia intellettualistica. Al-Aswani è un maestro nel dettagliare le piccole storie private, inoltrandosi chirurgicamente nel microcosmo abitato da persone reali, in preda ai deliri dell’esistenza comune. Esistenza costretta una volta per tutte a scegliere il proprio destino: vivere o sospettare di vivere nella menzogna e nell’inganno.

«Le donne e le ragazze (come se avessero finalmente ritrovato se stesse) cominciarono a battere le mani, a cantare e a muoversi al ritmo della musica. Più di una si avvolse una fascia intorno alla vita e si mise a ballare la danza del ventre, poi incitarono la sposa a unirsi a loro e lei accettò facendosi avvolgere i fianchi con un fascia. Zaki bey al-Dusuqi la guardava estasiato, con lo sguardo innamorato. Batteva le mani con entusiasmo, seguendo il ritmo. A poco a poco alzò le braccia in alto e si unì alla danza tra l’esultanza e le risate dei presenti.»

E adesso il vento arde: libeccio, scirocco e grecale si inseguono crepando le nuvole del cielo sopra Crotone. Piccole pecore si sfaldano per poi smarrirsi nel segreto dei marosi. Il nostro pastore è evanescente e leggero come il tempo. Guarda verso l’orizzonte. Vorrebbe scappare.


‘Ala A-Aswani, Palazzo Yacoubian, 2002

Traduzione di Bianca Longhi

Feltrinelli

venerdì 27 aprile 2012

EFRAIM MEDINA REYES / C’ERA UNA VOLTA L’AMORE MA HO DOVUTO AMMAZZARLO






Montenero (1.881 m), 27/04/2012 – 6:00:09

Come un ramarro che rapina il sole tra le pietraie e i pruni delle montagne della Porcina oppure un saettone che brucia l’erba dei prati incolti con i suoi occhi infuocati, Rep squaglia la propria esistenza tra i bagni e le strade di una Colombia ostile e piena di fascino violento: con un’aggressività irriverente, una esuberanza primitiva e pura. Ci starebbe bene in mezzo alle radure di crochi, alle sabbie e ai graniti che sfiorano le rose viscose ammassate sui ruderi di Corazzo; acuminati e perfetti per ammazzare l’amore, quello di sempre, unico e ultimo baluardo della lontananza e della poesia.

«La sua pelle è bianca ma il sole la scurisce un po’ e diventa bellissima. Quando stai così tutto gira per il verso giusto, hai il mondo in pugno e anche se non è nulla, brilla. Lei trema quando la sfiori, ti dà tutto di sé, anche quello che teneva in serbo per un giorno di pioggia. Una dolce e sensibile creatura di Dio. Sei il suo eroe e non devi fare sforzi per essere buono e fidato. I pescatori guardano la tua ragazza e anche se ti dà un po’ fastidio puoi capirli: lei è una festa per gli occhi e tu sei il padrone, puoi baciarla e farci l’amore quando ne hai voglia, sei il primo e unico uomo della sua vita, il giardiniere che ha colto quel fiore, l’hai colta con dolcezza, non c’è stato dolore, è stato lento e piacevole come succhiare una caramella di menta».

Con “C’era una volta l’amore, ma ho dovuto ammazzarlo”, Efraim Medina Reyes, nato nel ’67 a Cartagena de Indias, autore, tra gli altri, di “Sarah e le balene”, “Cinema Albero”, “Teniche di masturbazione fra Batman e Robin” o “La sessualità della pantera rosa”, si ascrive alla lista sparuta di un gruppo di scrittori senza maestri, senza generazione e, soprattutto, senza santi né in terra né in paradiso. Sempre in bilico tra uno stile pulp e la musica rock, libero da etichette e piagnistei letterari, Medina Reyes usa la penna come un’arma da fuoco o un’arma bianca macchiata dal sangue della passione e della carnalità.

«E un giorno tutto finisce, lei dice basta e fa sul serio. Diventi matto cercando di aprire la porta che hai aperto un migliaio di volte. Per lei sei meno di uno stronzo spiaccicato in mezzo alla strada. Una domenica la incontri in quel villaggio di pescatori con un pidocchio appeso al collo. Il pidocchio è grasso, privo di grazia e di senso dell’umorismo, solo una lumaca molle. Lei lo guarda e non c’è amore nei suoi occhi, al pidocchio questo non importa, è abituato a raccattare gli avanzi. Adesso lei è sua e non ti serve a niente essere meglio di lui».

Nelle parole di Medina Reyes s’insinua sempre il fantasma del suono, dai Nirvana ai Sex Pistols, spazzando via con impudicizia le allegrie da salotto e appendendosi invece ai rancori casalinghi. Egli sbianca l’immagine edulcorata di una America Latina da villaggio turistico, attraverso una candeggina linguistica densa di sfumature e villaggi umani. Ci serve per colazione l’anatomia di un mondo devastato dai falsi miti del calcio e della politica, eppure siede con i suoi lettori per condividerne l’asprezza e le emozioni.  

«Visto che non ho nessuno da odiare odio lui, visto che non c’è colpevole do a lui la colpa, visto che non c’è nemico faccio di lui il nemico. Il mio è un amore soprannaturale, un peccato senza Dio, una telenovela senza fine, la pubblicità di una nuova marca di margarina. Visto che chi dovrei uccidere sono io, uccido l’amore. Visto che sono l’incendiario, l’innominabile, nomino lui. Visto che non ho potuto dire a lei quanto la amo, lo dico al mondo».

Negli abissi dell’Arvo e dell’Ampollino, ma anche nei letti più remoti del Mar Jonio e del Tirreno, trema una speranza, che è un po’ una realtà, un po’ un sogno. Tremano le sabbie, tremano i moli, e lentamente l’acqua vede il suo cuore trasparente smarrire per sempre. Nel punto in cui questa è più profonda, palpita il pesce ghiaccio, privo di desideri e pensieri, senza amici, spoglio di qualsiasi curiosità, fino a quando qualcuno non sopraggiungerà per sconvolgere il suo paradiso di pace e di silenzio. Questa storia e molto altro, come il pesce ghiaccio, presto vedrà la luce.

Efraim Medina Reyes: “Quello che ancora non sai del pesce ghiaccio”, 2012.


Efraim Medina Reyes, C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo, 2002

Traduzione di Gina Maneri


Feltrinelli

martedì 17 aprile 2012

LOUIS-FERDINAND CÉLINE / PANTOMIMA PER UN’ALTRA VOLTA





Monte Cannavi, (1.669 m), 17/04/2012 – 6:00:08



È la pioggia. Una pioggia carnosa che irrompe tra i canali di Portella Ficara: una sella di fango verso Casalnuovo. È la pioggia. Una resina acida che scalfisce i pianori e poi si dilegua, scomparendo per sempre nel cesto di vene dei torrenti. Nella rada di rovi e di more, la capra frigna come un cane malato, ma si salva, dal destino roccioso del dirupo. Uno sparo. La polvere del moschetto si umetta, diventa pasta, poi mota, poi terra, e di nuovo qualcosa di liquido; e in quel punto un giorno l’uomo passerà, con il suo piede assassino, figlio di donne fameliche, indegno. Il gorgoglio dei falchi di palude è un grido vuoto, mentre il lupo mastica l’aria e non dorme, solitario e vivo, sotto i noduli del bosco. Il pastore ha il viso tormentato di Louis- Ferdinand Céline, le nocche delle dita sane e remote come i rami dei cedri, lo sguardo procace e svagato come un immemore o un poeta, diverso, folle.

«Oh ma il culone ci canzona! Fanfarone, cornuto, imbecille! Doveva solo non andarci! A che cosa pensava nel ’14? Scemo zompante! Nessuno lo costringeva ad essere eroe! Aveva solo che da guardare in faccia!... il nemico, e hop! Rifilava tutto! L’affare ai Crucchi! Refurtiva! Panoplia! Pennacchio! Corazza! Allora? Ha niente immaginato?...disertava era perfettamente a posto!...una buona azione se ne tira dietro un’altra…tornato alla vita naturale si bi steccava due tre mignotte…aveva i doni, le occhiate, il pugno niente moscio, la canzonetta…re di fiori!...Signore, l’ora attuale!»

Il piovasco scroscia, scorre, si rovescia, scende, salta, si scavalca e sbarca. Il rigagnolo si gonfia, tonfa, sgonfia, rigonfia, sbatte e si sbatacchia, così come la lingua del nostro pastore in “Pantomima per un’altra volta”; un saggio musicale sul romanzo, un romanzo sulla musica, una musica sulle parole. Allo stesso modo, sconnesso e distante, Africo fende il suo cuore tra il monte e il mare: due fratelli sbranati, due sorellastre isolate. Un paesaggio bello da far soffrire, un talento linguistico talmente eccezionale da render pazzi.

«Vi sto insopportabile? Me ne fotto! Io urlo! Abbaio! E la dissenteria amebica? Ce l’ho sì! Sc! Sc! Dirvi se ne ho visto di mondo! Se ci sono andato dietro alla bandiera di Francia! Al diavolo! Ah i tre colori, mantenuta! A me! A me! Epopea! Rovesci! Che m’importa? Bianco! Rosso! Blu! È tutto! Da per tutto li ho tenuti alto! E nella Gloria! E in meno di gloria! Me ne sono ammantato in disfatte! C’è delle pieghe nei tre colori, ma nella mia coscienza manco una piega! Fuori un passo chi arriccia il naso? Dove non sono stato a portare la mia fede? La mia carnaccia? I miei diplomi? Sincerità, gentilezza! Alto i cuori! Bordello! Adesso risata extremis! Me mutilato molto prima di Pétain, io vi smerdo!»

Céline è appena rientrato a Parigi dall’esilio nella terra di Andersen. Scomodo e non gradito, accusato di antisemitismo: in realtà biasimava con furore il popolo imborghesito e banale,  in particolare gli ebrei e i comunisti, rei di aver deluso socialmente e politicamente le sue aspettative culturali ed artistiche.

«Ci si accanisce a volermi considerare un massacratore di ebrei. Io sono un preservatore accanito di francesi e ariani e, contemporaneamente, del resto,  di ebrei. Ho peccato credendo al pacifismo degli hitleriani, ma lì finisce il mio crimine.»

Quello che ci interessa, comunque, è la sua arte affabulatoria; questo fiume che straripa, tracima, deborda, questo fiume che si fa lago, mare, rivolo, venuzza; e che mai si ferma, in perenne moto, con immensa pena e sfinimento immane.

«Avessi insistito di più avrebbe fatto tutto davanti a me, l’avrei strozzato dopo! È il genio le mani! È il genio!...lui aveva le mani impastatrici ma me l’acchiappavo io al gargarozzo? Ci spaccavo la glottide! Lui era sistemato! Io mi vanto! Mi vanto! Non ho le mani che possono strangolare…sarei mica riuscito là…houac! Il rantolo! Ci ho delle mani da sgobbo! D’idiota…mi ci fossi messo davvero! A due braccia l’avrei strangolato forse? L’avrei avuta la sua glottide! Avrebbero goduto tutti e due…chiedevano…volevano finire…mi avevano provocato! Ci avrei cecato i suoi occhi a lui! Dopo strangolato! Mi aveva fatto molti torti! Apposta lei nuda sotto il becco a gas…ci avrei cecato gli occhi allora? C’è la storia…la situazione! Io sono rimasto alle carezze…ecco…ecco! Alle carezze…ero eccitato proprio tutto! C’è tutto…eccitato! Cliente!...la vita passa…il sangue passa…porta via…»

 E in tal modo, guardando il sangue che passa, e la vita che si porta tutto appresso, guardiamo lontano, stremati…tra Aspromonte e Jonio, tra lamponi e funghi.

Louis-Ferdinand Céline, Pantomima per un’altra volta, 1952

Traduzione di Giuseppe Guglielmi

Einaudi

venerdì 24 febbraio 2012

MURAKAMI HARUKI / L’ARTE DI CORRERE




Serra Dolcedorme (2.267 m), 24/02/2012 – 6:00:07


È pur vero che la Calabria e il Giappone hanno qualcosa in comune. Sembrerebbe un azzardo, ma non lo è. Non ci riferiamo al pesce crudo, fiore all’occhiello della gastronomia di Nocera Terinese, di Melissa e Vibo Valentia, bensì alle conifere sempreverdi che si ergono sull’Aspromonte e sulle Serre catanzaresi così come nelle isole di Kyushu e Ryu Kyu. Dal pino laricio agli aceri, passando per gli abeti, dai faggi ai querceti bruni che sbarbano il folto pube delle grotte di Gambarie; dai frassini alle betulle, passando per bambù e felci, dalle magnolie alle camelie che svellono la geisha di terra che va da Honshu a Hokkaido. Eppure il rigore di Corrado Alvaro, l’estro di Domenico Zappone, lo sforzo di Franco Costabile e l’etereo versificare di Lorenzo Calogero trovano una sintesi secca e signorile nella scrittura di Murakami Haruki. Tensione etica.

«Negli anni sembra essersi formata l’equazione artista = debosciato. Nei film e negli sceneggiati televisivi appare spesso questo genere di scrittore stereotipato, o forse sarebbe meglio dire mitizzato. Fondamentalmente, concordo con l’affermazione che scrivere è un’attività malsana. Quando decidiamo di scrivere un libro, cioè di creare una storia dal nulla servendoci di parole e frasi, necessariamente estraiamo e portiamo alla luce un elemento tossico che fa parte del nucleo emotivo dell’essere umano. Lo scrittore se lo trova di fronte e, pur sapendo di correre un pericolo, deve maneggiarlo con abilità. Perché senza la presenza l’intervento di quell’elemento tossico, un atto creativo dal significato autentico non è possibile».

Dunque la scrittura per disintossicarsi? Come la rucola primitiva e le tisane alle ortiche che spuntano fiere tra la carne d’aria che riempie i venti severi su Falerna e Lamezia. Non c’è che dire. Il Murakami Haruki più amato dal nostro pastore è senza dubbio quello di “Underground”, di “ Kafka sulla spiaggia” o “Nel segno della pecora”; tuttavia ne “L’arte di correre”, scritto nel 2007, questi riflette con una chiarezza quasi disarmante sul talento artistico, sulla genialità, sulla vena poetica e sull’esistenza umana.

«Avete mai corso cento chilometri in un giorno? La schiacciante maggioranza delle persone al mondo – o forse sarebbe meglio dire tutti coloro che hanno un po’ di sale in zucca – probabilmente non ha fatto questa esperienza. I normali cittadini sani di mente non fanno certe pazzie. Io sì, una volta sola. Ho corso per cento chilometri, in una gara che è durata dal mattino alla sera. Naturalmente alla fine ero mezzo morto, al punto che mi sono detto che con la corsa, grazie tante, avevo chiuso. Quindi credo che non ritenterò mai più un’impresa simile, ma il futuro è imperscrutabile. Può darsi che l’esperienza non mi abbia insegnato niente e che un giorno raccolga di nuovo la sfida dell’ultramaratona. Chi può sapere cosa ci riserva il domani?»

 Bisogna lasciarsi andare lungo i carruggi di un racconto circolare, pianeggiante, misero e sensuale, con la spensieratezza di un ragazzo di Calabria che divora il suo sogno di correre. Da solo e contro nessuno.

«Posso indicare con estrema precisione il momento in cui ho deciso di mettermi a scrivere. Era il 1° aprile 1978, verso l’una e mezzo del pomeriggio. Quel giorno, seduto da solo sulla gradinata dello stadio di Jingū, guardavo una partita di baseball bevendo una birra. L’appartamento in cui vivevo era a pochi minuti a piedi dello stadio, e a quel tempo ero un ardente tifoso degli Yakult Swallows. Nel cielo non c’era nemmeno una nuvola, soffiava una brezza leggera, insomma era una splendida, perfetta giornata di primavera. All’epoca nello stadio di Jingū non c’erano posti a sedere di gradinata, soltanto un vasto prato in declivio. Sdraiato nell’erba, sorseggiando la mia birra fredda, guardavo tranquillamente la partita e, ogni tanto alzavo gli occhi al cielo. Gli spettatori – come al solito  non erano molti. Gli Yakult, in quella prima partita della stagione, giocavano in casa contro i Carp di Hiroshima. Il lanciatore degli Yakult era Yasuda, me lo ricordo bene.era basso e robusto, ma lanciava palle viziose e micidiali. Yasuda si ritirò alla fine della prima parte del primo inning, nella seconda parte il primo a battere fu Dave Hilton, un nuovo giocatore americano. Hilton fece una battuta a terra lungo la linea sinistra del campo – il suono secco della palla contro l mazza risuonò nello stadio – poi a velocità pazzesca girò la prima base e si fermò sulla seconda. Ecco, fu in quel momento che mi colpì il pensiero: ‘Voglio scrivere un romanzo’. Ricordo ancora il cielo completamente sereno, la sensazione dell’erba fresca appena spuntata, lo schiocco della mazza contro la palla. In quel momento dal cielo scese in silenzio qualcosa, e io lo presi. Sì, lo presi».

E la stessa folata che attraversa le Serre e Honshu - aprendo un’altra pagina di questo straordinario autoritratto - ora lambisce la solitudine di chi è in transumanza per scrivere la sua, di storia.

Murakami Haruki, L’arte di correre, 2007

Traduzione di Antonietta Pastore

Einaudi

giovedì 23 febbraio 2012

TRUMAN CAPOTE / L’ARPA D’ERBA






Monte Curcio, (1.788 m), 23/02/2012 – 6:00:06




L’arpa d’erba conosce la storia di tutta la gente dell’altopiano, dalle rovine di Sibari alle colline del Marchesato. Ondeggia e scivola tra i viluppi dei graniti, per poi morire o rivivere nell’incanto dei corsi d'acqua che la puntellano da ogni lato. È lì che il nostro pastore si toglie la sete a manate, che abbevera la sua anima con i cristalli lucidi, incisi sulle cutícchie ormai erose dall’ansia delle piogge.

«Credo che si amassero molto, mio padre e mia madre. Ogni volta che il babbo partiva per vendere i suoi frigoriferi la mamma piangeva. La mamma si era sposata a sedici anni e non raggiunse i trenta. Il pomeriggio in cui morì, papà gridando il suo nome, si strappò gli abiti di dosso e corse nel cortile, nudo. All’indomani del funerale, Verena venne in casa nostra. Ricordo il terrore che provai quando la vidi avanzare lungo il marciapiede. Era una donna ben portante, maga come una frusta, i capelli color sale e pepe tagliati corti, le sopracciglia nere, quasi virili, e un vezzoso neo sulla guancia».

La penna tersa e polare è quella di un alce albino della letteratura: Truman Capote: “L’arpa d’erba” (1951): pietra miliare della prosa nordamericana. In questo breve romanzo, affilato come un pugnale di Dasà e più scaltro di una volpe di Frascineto, Capote narra alla perfezione il diario di un’esistenza crudele, trafitta da un raggio di tragiche passioni e amori sconsiderati.

«L’acqua del ruscello non supera mai l’altezza del ginocchio: lucidi letti di muschio rendono verdi le rive e, in primavera, vi spuntano candide primule e minuscole violette, briciole floreali per le nuove api che hanno gli alveari sui cespugli di alloro».

Il giovane Collin diventa l’ignaro erede del suono inconfessabile e senza fine dell’arpa d’erba, scrutando nelle vicende umane con la delicatezza del suo sguardo adolescente. Capote penetra con sottigliezza nella schiena dei suoi personaggi, preludendo quelli che saranno i pilastri della sua scrittura. Trasparenza, ferocia, gracilità. Elementi che coroneranno, per esempio, “A sangue freddo”, la cronaca dell’assassinio di un’intera famiglia avvenuta nelle campagne del Kansas che lo porterà a generare una nuova forma di narrazione, il romanzo verità.

«Quando ho sentito parlare per la prima volta dell’arpa d’erba? Molto tempo prima di quell’autunno in cui andammo ad abitare sul sicomoro. In un autunno molto remoto, dunque; e certo fu Dolly a parlarmene, perché nessun altro avrebbe pensato a quel nome: arpa d’erba. Se uscite dalla città, imboccate la strada della chiesa, rasenterete di lì a poco una abbagliante collina di pietre candide come ossa e di scuri fiori riarsi: è il cimitero Battista. Vi sono sepolti i membri della nostra famiglia, i Talbo, i Fenwick. Mia madre riposa accanto a mio padre e le tombe dei parenti e degli affini, venti o più, sono disposte intorno a loro come radici prone di un albero di pietra. Sotto la collina si stende un campo di alta saggina, che muta di colore ad ogni stagione; andate a vederlo in autunno, nel tardo settembre, quando diventa rosso come il tramonto, mentre riflessi scarlatti simili a falò ondeggiano su di esso ed i venti dell’autunno battono sulle sue foglie secche evocando il sospiro di una musica umana, di un’arpa di voci».

Andando a ritroso lungo le note di una melodia avvolgente, il pastore alza lo sguardo e segue gli umori dell’orizzonte. Qualcosa suona. Un fischio, un richiamo. In ogni modo sa, che oltre il monte, un’altra pianura lo attende. E non sarà solo.

Truman Capote, L’arpa d’erba, 1951

Traduzione di Bruno Tasso

Garzanti

giovedì 16 febbraio 2012

MARLEN HAUSHOFER / LA PARETE






Monte Gariglione, (1.765 m), 16/02/2012 – 6:00:05


Ci sembra di scorgerla questa brigantessa, tra rododendri e ginestre, per poi non ritrovarla più: inghiottita dalle fauci di Caloveto o di Pietrapaola, nei bronchi spinosi di una Sila Greca varcata da appetiti di mosti, turdilli e susumelle. Separata dalla barbarie umana, per sempre. Una parete incrollabile svetta silenziosa e tragica; è il muro di una vita ostile che si sta allontanando, carico di rancori e promesse non mantenute. Persino gli ultimi resti antropici sono pietrificati, la catastrofe si posa senza scampo su ogni respiro. E d’un baleno sopravvivere significa sposare la natura più selvaggia, gli animali più insoliti, ridestare i fuochi del passato e scandagliare gli abissi della nostra anima.

«Sconcertata, allungai una mano e toccai qualcosa di freddo e di liscio: una resistenza gelida e levigata, in un punto in cui non poteva esservi altro che aria. Riprovai una seconda volta, esitando, e di nuovo la mia mano si posò come sul vetro di una finestra. Poi udii un battito forte e mi guardai attorno, prima di capire che era il pulsare del mio cuore a rimbombarmi nelle orecchie. Il mio cuore si era spaventato ancora prima che io mi rendessi conto. Sedetti sul tronco d’un albero lungo il bordo della strada e tentai di riflettere. Non ne fui capace. Pareva che tutti i pensieri mi avessero di colpo abbandonato».

“La parete”, capolavoro della solitudine, è stato scritto nel 1963 dall’austriaca Marlen Haushofer. Il titolo fu scelto da Hans Weigel che, nonostante avesse già fatto a pezzetti vari lavori dell’amica, paragonò senza esitazioni “La Parete” alla “Peste” di Albert Camus a “Il risveglio della terra” di Knut Hamsun e al “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe. Ma mentre Robinson nella sua storia sa cosa gli è successo ed è cosciente di essere un naufrago su un’isola deserta, quello che accade alla protagonista anonima della Haushofer non è detto e addirittura non può essere nemmeno nominato.

«Tre volte mi alzai, per convincermi che lì, a tre metri di distanza, ci fosse veramente qualcosa d’invisibile, freddo e liscio, a impedirmi di proseguire il cammino. Pensai a un’allucinazione, ma sapevo benissimo che non poteva trattarsi di nulla di simile. Avrei preferito accettare un po’ di follia, piuttosto di quella terribile cosa invisibile».

Non è la guerra che ha sterminato l’ultima presenza umana, bensì l’uomo stesso, torturato da una fame di violenza che, una volta per tutte, lo costringe all’evasione o alla follia. La natura come rifugio dell’impossibile. La selva come paradiso della realtà. La pioggia, la neve e il sole come nascondiglio del tempo.

«Allargai i rami grondanti e nella penombra della caverna, addossato alla parete rocciosa, vidi un camoscio morto. Era un animale adulto, che nella morte aveva un aspetto singolarmente esile e minuto. Potevo riconoscere distintamente lo sfogo biancastro della rogna, che gli ricopriva la fronte e gli occhi come un fungo malefico. Un animale reietto solitario, sceso dagli alti ghiaioni, dai pini nani e dai rododendri per rintanarsi cieco e moribondo in quella caverna».

Da un antro sperduto di Cropalati, dietro le fulgide fronde del primo tramonto, ci piace immaginare lo scatto finale della nostra brigantessa, magari in una sequenza de Il Cacciatore di Michael Cimino o sotto le ombre rarefatte della voce di Bambino, interprete andaluso di memorabili Rumbas, tra le quali la omonima La pared.

Scappare o impazzire, dunque. Ma siamo sicuri che la solitudine vera sia una sensazione privata? O forse si è davvero soli quando ci si sente tali in mezzo alla gente?


MARLEN HAUSHOFER, La parete, 1968

Traduzione di Ingrid Harbeck

Edizioni e/o