martedì 17 aprile 2012

LOUIS-FERDINAND CÉLINE / PANTOMIMA PER UN’ALTRA VOLTA





Monte Cannavi, (1.669 m), 17/04/2012 – 6:00:08



È la pioggia. Una pioggia carnosa che irrompe tra i canali di Portella Ficara: una sella di fango verso Casalnuovo. È la pioggia. Una resina acida che scalfisce i pianori e poi si dilegua, scomparendo per sempre nel cesto di vene dei torrenti. Nella rada di rovi e di more, la capra frigna come un cane malato, ma si salva, dal destino roccioso del dirupo. Uno sparo. La polvere del moschetto si umetta, diventa pasta, poi mota, poi terra, e di nuovo qualcosa di liquido; e in quel punto un giorno l’uomo passerà, con il suo piede assassino, figlio di donne fameliche, indegno. Il gorgoglio dei falchi di palude è un grido vuoto, mentre il lupo mastica l’aria e non dorme, solitario e vivo, sotto i noduli del bosco. Il pastore ha il viso tormentato di Louis- Ferdinand Céline, le nocche delle dita sane e remote come i rami dei cedri, lo sguardo procace e svagato come un immemore o un poeta, diverso, folle.

«Oh ma il culone ci canzona! Fanfarone, cornuto, imbecille! Doveva solo non andarci! A che cosa pensava nel ’14? Scemo zompante! Nessuno lo costringeva ad essere eroe! Aveva solo che da guardare in faccia!... il nemico, e hop! Rifilava tutto! L’affare ai Crucchi! Refurtiva! Panoplia! Pennacchio! Corazza! Allora? Ha niente immaginato?...disertava era perfettamente a posto!...una buona azione se ne tira dietro un’altra…tornato alla vita naturale si bi steccava due tre mignotte…aveva i doni, le occhiate, il pugno niente moscio, la canzonetta…re di fiori!...Signore, l’ora attuale!»

Il piovasco scroscia, scorre, si rovescia, scende, salta, si scavalca e sbarca. Il rigagnolo si gonfia, tonfa, sgonfia, rigonfia, sbatte e si sbatacchia, così come la lingua del nostro pastore in “Pantomima per un’altra volta”; un saggio musicale sul romanzo, un romanzo sulla musica, una musica sulle parole. Allo stesso modo, sconnesso e distante, Africo fende il suo cuore tra il monte e il mare: due fratelli sbranati, due sorellastre isolate. Un paesaggio bello da far soffrire, un talento linguistico talmente eccezionale da render pazzi.

«Vi sto insopportabile? Me ne fotto! Io urlo! Abbaio! E la dissenteria amebica? Ce l’ho sì! Sc! Sc! Dirvi se ne ho visto di mondo! Se ci sono andato dietro alla bandiera di Francia! Al diavolo! Ah i tre colori, mantenuta! A me! A me! Epopea! Rovesci! Che m’importa? Bianco! Rosso! Blu! È tutto! Da per tutto li ho tenuti alto! E nella Gloria! E in meno di gloria! Me ne sono ammantato in disfatte! C’è delle pieghe nei tre colori, ma nella mia coscienza manco una piega! Fuori un passo chi arriccia il naso? Dove non sono stato a portare la mia fede? La mia carnaccia? I miei diplomi? Sincerità, gentilezza! Alto i cuori! Bordello! Adesso risata extremis! Me mutilato molto prima di Pétain, io vi smerdo!»

Céline è appena rientrato a Parigi dall’esilio nella terra di Andersen. Scomodo e non gradito, accusato di antisemitismo: in realtà biasimava con furore il popolo imborghesito e banale,  in particolare gli ebrei e i comunisti, rei di aver deluso socialmente e politicamente le sue aspettative culturali ed artistiche.

«Ci si accanisce a volermi considerare un massacratore di ebrei. Io sono un preservatore accanito di francesi e ariani e, contemporaneamente, del resto,  di ebrei. Ho peccato credendo al pacifismo degli hitleriani, ma lì finisce il mio crimine.»

Quello che ci interessa, comunque, è la sua arte affabulatoria; questo fiume che straripa, tracima, deborda, questo fiume che si fa lago, mare, rivolo, venuzza; e che mai si ferma, in perenne moto, con immensa pena e sfinimento immane.

«Avessi insistito di più avrebbe fatto tutto davanti a me, l’avrei strozzato dopo! È il genio le mani! È il genio!...lui aveva le mani impastatrici ma me l’acchiappavo io al gargarozzo? Ci spaccavo la glottide! Lui era sistemato! Io mi vanto! Mi vanto! Non ho le mani che possono strangolare…sarei mica riuscito là…houac! Il rantolo! Ci ho delle mani da sgobbo! D’idiota…mi ci fossi messo davvero! A due braccia l’avrei strangolato forse? L’avrei avuta la sua glottide! Avrebbero goduto tutti e due…chiedevano…volevano finire…mi avevano provocato! Ci avrei cecato i suoi occhi a lui! Dopo strangolato! Mi aveva fatto molti torti! Apposta lei nuda sotto il becco a gas…ci avrei cecato gli occhi allora? C’è la storia…la situazione! Io sono rimasto alle carezze…ecco…ecco! Alle carezze…ero eccitato proprio tutto! C’è tutto…eccitato! Cliente!...la vita passa…il sangue passa…porta via…»

 E in tal modo, guardando il sangue che passa, e la vita che si porta tutto appresso, guardiamo lontano, stremati…tra Aspromonte e Jonio, tra lamponi e funghi.

Louis-Ferdinand Céline, Pantomima per un’altra volta, 1952

Traduzione di Giuseppe Guglielmi

Einaudi

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