giovedì 23 febbraio 2012

TRUMAN CAPOTE / L’ARPA D’ERBA






Monte Curcio, (1.788 m), 23/02/2012 – 6:00:06




L’arpa d’erba conosce la storia di tutta la gente dell’altopiano, dalle rovine di Sibari alle colline del Marchesato. Ondeggia e scivola tra i viluppi dei graniti, per poi morire o rivivere nell’incanto dei corsi d'acqua che la puntellano da ogni lato. È lì che il nostro pastore si toglie la sete a manate, che abbevera la sua anima con i cristalli lucidi, incisi sulle cutícchie ormai erose dall’ansia delle piogge.

«Credo che si amassero molto, mio padre e mia madre. Ogni volta che il babbo partiva per vendere i suoi frigoriferi la mamma piangeva. La mamma si era sposata a sedici anni e non raggiunse i trenta. Il pomeriggio in cui morì, papà gridando il suo nome, si strappò gli abiti di dosso e corse nel cortile, nudo. All’indomani del funerale, Verena venne in casa nostra. Ricordo il terrore che provai quando la vidi avanzare lungo il marciapiede. Era una donna ben portante, maga come una frusta, i capelli color sale e pepe tagliati corti, le sopracciglia nere, quasi virili, e un vezzoso neo sulla guancia».

La penna tersa e polare è quella di un alce albino della letteratura: Truman Capote: “L’arpa d’erba” (1951): pietra miliare della prosa nordamericana. In questo breve romanzo, affilato come un pugnale di Dasà e più scaltro di una volpe di Frascineto, Capote narra alla perfezione il diario di un’esistenza crudele, trafitta da un raggio di tragiche passioni e amori sconsiderati.

«L’acqua del ruscello non supera mai l’altezza del ginocchio: lucidi letti di muschio rendono verdi le rive e, in primavera, vi spuntano candide primule e minuscole violette, briciole floreali per le nuove api che hanno gli alveari sui cespugli di alloro».

Il giovane Collin diventa l’ignaro erede del suono inconfessabile e senza fine dell’arpa d’erba, scrutando nelle vicende umane con la delicatezza del suo sguardo adolescente. Capote penetra con sottigliezza nella schiena dei suoi personaggi, preludendo quelli che saranno i pilastri della sua scrittura. Trasparenza, ferocia, gracilità. Elementi che coroneranno, per esempio, “A sangue freddo”, la cronaca dell’assassinio di un’intera famiglia avvenuta nelle campagne del Kansas che lo porterà a generare una nuova forma di narrazione, il romanzo verità.

«Quando ho sentito parlare per la prima volta dell’arpa d’erba? Molto tempo prima di quell’autunno in cui andammo ad abitare sul sicomoro. In un autunno molto remoto, dunque; e certo fu Dolly a parlarmene, perché nessun altro avrebbe pensato a quel nome: arpa d’erba. Se uscite dalla città, imboccate la strada della chiesa, rasenterete di lì a poco una abbagliante collina di pietre candide come ossa e di scuri fiori riarsi: è il cimitero Battista. Vi sono sepolti i membri della nostra famiglia, i Talbo, i Fenwick. Mia madre riposa accanto a mio padre e le tombe dei parenti e degli affini, venti o più, sono disposte intorno a loro come radici prone di un albero di pietra. Sotto la collina si stende un campo di alta saggina, che muta di colore ad ogni stagione; andate a vederlo in autunno, nel tardo settembre, quando diventa rosso come il tramonto, mentre riflessi scarlatti simili a falò ondeggiano su di esso ed i venti dell’autunno battono sulle sue foglie secche evocando il sospiro di una musica umana, di un’arpa di voci».

Andando a ritroso lungo le note di una melodia avvolgente, il pastore alza lo sguardo e segue gli umori dell’orizzonte. Qualcosa suona. Un fischio, un richiamo. In ogni modo sa, che oltre il monte, un’altra pianura lo attende. E non sarà solo.

Truman Capote, L’arpa d’erba, 1951

Traduzione di Bruno Tasso

Garzanti

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