Monte Pietracappella, (1.823 m), 27/06/2012 – 6:00:11
E nonostante
le unghiate di Caronte o le madide leccate di Scipione l’Africano; nonostante l’incendio dei grilli e il segreto
dei campi annaffiati dal sale di Amantea; nonostante la morte sulle autostrade
arroventate, e gli insopportabili lutti prematuri, e i cucchiai, e le Regine, e
la crisi, e i pozzi, e le disumane braccia di Damasco. Nonostante tutto – se
nel tutto ancora abita qualcosa di simile alla realtà – sui colli argentati
dall’ultimo sole di giugno, la vita si sbrana. Il
diciassette marzo di un anno indefinito, Gjorg Berisha deve vendicare
l’assassinio di suo fratello, per non venir meno alle regole della Besa: uno dei principi originari del Kanun, un insieme di norme
consuetudinarie albanesi che stabilisce, senza scelta, modalità, costo e tempo
di ogni colpa. In seguito all’uccisione, consumata tra insicurezze e melograni,
a Gjorg non resta che il tormento eterno e un solo mese di tregua. Oltre le
ante arrugginite della sua finestra, affacciata su un mondo di macerie, la
morte si aggira lungo qualsiasi rigagnolo riarso, dietro ogni muro, su tutte le
grondaie.
«Sulla curva della strada, forse
per la ventesima volta dacché si era appostato, gli parve di vedere sbucare
l’uomo che doveva essere la sua vittima. Avanzava con passo corto, e la canna
tutta nera del fucile oltrepassava la sua spalla destra. La vedetta trasalì.
No, questa volta non era più una visione. Era quello l’uomo che aspettava.
Proprio come le altre volte, Gjorg puntò il fucile contro l’uomo e mirò al
capo. Per un attimo gli sembrò che avesse un’espressione corrucciata, che
cercasse di scansarsi dalla linea di mira, e all’ultimo momento credette
persino di distinguere sul volto dell’uomo un sorriso ironico. Sei mesi prima
gli era accaduta la stessa cosa e, per non mutilare quel volto (chissà da dove
gli era venuto all’ultimo momento quel sentimento di pietà?), aveva abbassato
il mirino dell’arma e ferito il nemico al collo. L’uomo si avvicinava. ‘Purché
questa volta non lo ferisca soltanto’, pensò Gjorg, quasi in tono di preghiera.
I suoi familiari avevano durato una gran fatica a pagare l’ammenda per la prima
ferita, e una seconda li avrebbe mandati in rovina. Se invece il colpo fosse
stato mortale, non avrebbero avuto niente da risarcire».
“Aprile spezzato” fu pubblicato
nel 1982 dal poeta Ismail Kadaré, cantore insuperabile della terra d’Albania,
architetto di storie brutali ed autentiche. Tra i suoi capolavori ricordiamo
“La città di pietra” del 1971, “Chi ha riportato Doruntina?” del 1980 e “L’anno
avverso” del 1986. Nato
nel 1936 ad Argirocastro, città antica che contiene un’importante comunità
greca, dopo una notevole attività poetica, Kadaré esordisce nella narrativa
negli anni Sessanta. Per manifestare il proprio dissenso nei confronti della
dirigenza albanese, nel 1990 ha ottenuto asilo politico in Francia, dividendosi
appunto tra Tirana e Parigi.
«L’imposta del sangue?’ gli
chiese, lanciando uno sguardo furtivo sulla manica destra e, senza attendere
risposta, protese il braccio a indicare una delle gallerie. Gjorg si avviò in
quella direzione, sebbene sentisse che le gambe non lo sostenevano più. Di
fronte a lui si trovava una porta di legno antichissima. Si voltò indietro come
per chiedere all’uomo che gli aveva parlato se dovesse entrare lì, ma l’altro
era scomparso. Osservò per un momento la porta, prima di decidersi a bussare.
Il legno era tarlato dappertutto e cosparso di chiodi di ogni sorta e di pezzi
di ferro piantati disordinatamente, per la maggior parte di traverso e senza
alcuna funzione. Quei pezzi di ferraglia erano compenetrati nella vetustà del
legno come le unghie nella mano di un vecchio».
Nel bel mezzo delle nerbate di un
vento farinoso, la vita breve di Gjorg si attorciglia come una serpe invasata
con quelle di Diana e Besian, una donna avvenente e uno scrittore avventuriero.
Tale incontro sarà nefasto: metterà infatti in bilico l’amore dei due e indurrà
Gjorg a un’imprudenza fatale. Kadaré ci racconta la leggenda di una terra ruvida
e inospitale, fertile e sanguigna, dove il tempo sembra essersi fermato per
sempre. La vita e la morte, la passione e i destini, danzano su un sottilissimo
filo che alla fine non potrà che spezzarsi in un aprile inesorabile.
«Per un istante, gli sembro che
il mondo si attutisse completamente, poi, attraverso quella sordità, percepì
alcuni passi. Sentì due mani che muovevano il suo corpo. ‘Mi girano sulla
schiena’, pensò. Ma in quel momento qualcosa di freddo, forse la canna del suo
fucile, gli tocco la guancia destra. ‘O Dio mio, secondo tutte le regole!’ Si
sforzò di aprire gli occhi, senza rendersi bene conto se vi riuscisse o no. Invece
del suo uccisore, scorse alcune chiazze di neve non del tutto disciolte e , fra
esse, il bue nero ancora invenduto. ‘Tutto qui’, pensò, ‘e in fondo è durato
anche troppo.’»
Ismail Kadaré, Aprile spezzato, 1982
Ismail Kadaré, Aprile spezzato, 1982
Traduzione di Flavia Celotto
Longanesi

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