Monte Pollino, (2.248 m),
07/05/2012 – 6:00:10
Lontano da
tutto, fuori da ogni luogo, sbarbandosi con i suoi lupi tra i canneti di Orsomarso, il nostro pastore ulula la sua solitudine, nel bel mezzo della
sua pace ritrovata e del suo pianto allegro. I suoi occhi sono pieni d’aria, le
sue lacrime versano nostalgia. Più in là delle nuvole che braccano il cielo
sopra Crotone, nell’afrore pungente della salsedine e del mare, dove la vita si
dipana sulle note di un vento secco e sabbioso, e forse ancora più in là del
sogno magno greco, tra la morte ondosa dei cormorani, nelle urla scoscese dei
gabbiani, procede la vita assurda di chi respira calpestando le regole del
mondo, di chi proibisce proibire, tra le fedi e la trasgressione.
«La distanza fra vicolo Behler, dove abita, e il suo ufficio a
Palazzo Yacoubian non supera i cento metri, ma ogni mattina Zaki bey al-Dusuqi
impiega un’ora per salutare gli amici che incontra lungo la strada. Conosce per
nome tutti i proprietari dei negozi di abbigliamento e di scarpe, i commessi e
le commesse, gli inservienti e gli impiegati del cinema, i clienti del Caffè
brasiliano, perfino i portieri, i lustrascarpe, i mendicanti e i vigli; Zaki
bey li saluta e commenta con loro le ultime novità. È uno dei più antichi
abitanti di via Suleyman pasha. Vi è arrivato verso la fine degli anni
quaranta, dopo essersi laureato in Francia, e non l’ha più abbandonata. Gli
abitanti del quartiere lo considerano un simpatico personaggio folcloristico.»
Palazzo
Yacoubian è un romanzo confezionato alla perfezione da ‘Ala Al-Aswani, lo
scrittore egiziano nato al Cairo nel 1957 che ha convertito la sua opera prima
nel libro più venduto nel mondo arabo. Palazzo Yacoubian rappresenta il centro
nevralgico di ogni accadimento umano: dalle vittorie alle sconfitte di chi ha
amato sopra ogni cosa.
«In questo momento, per esempio, si sta esercitando ad amare e
a odiare la gente secondo i valori islamici. Ha appreso dallo sheikh che
l’essere umano è l’essere più abietto e più meschino sulla faccia della Terra.
Gli uomini si amano e si odiano in base a concetti terreni, invece dovrebbero
amarsi in base alla devozione religiosa. Taha ha cambiato opinione rispetto a
moltissime cose: prima amava certi inquilini perché erano buoni e generosi con
lui, adesso invece li detesta perché non pregano o bevono alcolici. Si è
affezionato così tanto ai suoi compagni della Gama’a islamica ce darebbe la
vita per loro. Tutti i vecchi valori terreni sono crollati come una costruzione
decrepita.»
Nel romanzo,
ogni aspetto malato o deprecabile della politica, della religione o del folclore,
è riportato e contestato con estrema chiarezza e semplicità. Tutti i personaggi
che si susseguono in un mosaico di vizi, passioni e abitudini quotidiane,rappresentano
un modello di un Egitto sconosciuto ai molti, e spesso legato agli stereotipi
dell’integralismo islamico. E in tal modo, ci si imbatte nell’intellettuale gay
che ama con fervore gli uomini nubiani; nell’uomo d’affari senza scrupoli che
ha deciso di entrare in politica ad ogni costo e contro ogni regola; così come
negli indigenti che hanno deciso di sopravvivere sui tetti del Palazzo nella
speranza di raggiungere uno stile di vita più degno.
«La protesta degli studenti cominciò fin dal mattino presto
nella maggior parte delle università. Le lezioni furono interrotte, le
autoscuole chiuse e gli studenti si mossero numerosi, gridando slogan e
innalzando cartelli contro la Guerra del Golfo. Quando venne annunciata la
preghiera di mezzogiorno circa cinquemila giovani si allinearono per pregare
sullo spiazzo di fronte alla sala delle riunioni (i ragazzi davanti e le
ragazza dietro). Abdu aveva detto ai vicini che lavorava come cuoco da Hatim
Rashid, ma quelli non gli avevano creduto: sapevano dell’omosessualità di Hatim
e sapevano che rimaneva a dormire da lui almeno due volte alla settimana.
Scherzavano spesso su quei “cibi notturni” che Abdu preparava per il suo
padrone. Sapevano la verità e la accettavano.»
E da qui ha
inizio una lezione di scrittura morale: la penna scianca i pregiudizi e i tabù
come un’ascia, senza lasciare spazio alle ipocrisie dettate dall’ignoranza e
dalla pigrizia intellettualistica. Al-Aswani è un maestro nel dettagliare le
piccole storie private, inoltrandosi chirurgicamente nel microcosmo abitato da
persone reali, in preda ai deliri dell’esistenza comune. Esistenza costretta
una volta per tutte a scegliere il proprio destino: vivere o sospettare di
vivere nella menzogna e nell’inganno.
«Le donne e le ragazze (come se avessero finalmente ritrovato
se stesse) cominciarono a battere le mani, a cantare e a muoversi al ritmo
della musica. Più di una si avvolse una fascia intorno alla vita e si mise a
ballare la danza del ventre, poi incitarono la sposa a unirsi a loro e lei
accettò facendosi avvolgere i fianchi con un fascia. Zaki bey al-Dusuqi la
guardava estasiato, con lo sguardo innamorato. Batteva le mani con entusiasmo,
seguendo il ritmo. A poco a poco alzò le braccia in alto e si unì alla danza
tra l’esultanza e le risate dei presenti.»
E adesso il vento arde: libeccio, scirocco
e grecale si inseguono crepando le nuvole del cielo sopra Crotone. Piccole
pecore si sfaldano per poi smarrirsi nel segreto dei marosi. Il nostro pastore
è evanescente e leggero come il tempo. Guarda verso l’orizzonte. Vorrebbe
scappare.
‘Ala A-Aswani, Palazzo Yacoubian, 2002
Traduzione di Bianca Longhi
Feltrinelli

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