Serra Dolcedorme (2.267 m), 24/02/2012 – 6:00:07
È pur vero che la Calabria e il Giappone hanno qualcosa in comune. Sembrerebbe un azzardo, ma non lo è. Non ci riferiamo al pesce crudo, fiore all’occhiello della gastronomia di Nocera Terinese, di Melissa e Vibo Valentia, bensì alle conifere sempreverdi che si ergono sull’Aspromonte e sulle Serre catanzaresi così come nelle isole di Kyushu e Ryu Kyu. Dal pino laricio agli aceri, passando per gli abeti, dai faggi ai querceti bruni che sbarbano il folto pube delle grotte di Gambarie; dai frassini alle betulle, passando per bambù e felci, dalle magnolie alle camelie che svellono la geisha di terra che va da Honshu a Hokkaido. Eppure il rigore di Corrado Alvaro, l’estro di Domenico Zappone, lo sforzo di Franco Costabile e l’etereo versificare di Lorenzo Calogero trovano una sintesi secca e signorile nella scrittura di Murakami Haruki. Tensione etica.
«Negli anni sembra essersi formata l’equazione artista = debosciato. Nei film e negli sceneggiati televisivi appare spesso questo genere di scrittore stereotipato, o forse sarebbe meglio dire mitizzato. Fondamentalmente, concordo con l’affermazione che scrivere è un’attività malsana. Quando decidiamo di scrivere un libro, cioè di creare una storia dal nulla servendoci di parole e frasi, necessariamente estraiamo e portiamo alla luce un elemento tossico che fa parte del nucleo emotivo dell’essere umano. Lo scrittore se lo trova di fronte e, pur sapendo di correre un pericolo, deve maneggiarlo con abilità. Perché senza la presenza l’intervento di quell’elemento tossico, un atto creativo dal significato autentico non è possibile».
Dunque la scrittura per disintossicarsi? Come la rucola primitiva e le tisane alle ortiche che spuntano fiere tra la carne d’aria che riempie i venti severi su Falerna e Lamezia. Non c’è che dire. Il Murakami Haruki più amato dal nostro pastore è senza dubbio quello di “Underground”, di “ Kafka sulla spiaggia” o “Nel segno della pecora”; tuttavia ne “L’arte di correre”, scritto nel 2007, questi riflette con una chiarezza quasi disarmante sul talento artistico, sulla genialità, sulla vena poetica e sull’esistenza umana.
«Avete mai corso cento chilometri in un giorno? La schiacciante maggioranza delle persone al mondo – o forse sarebbe meglio dire tutti coloro che hanno un po’ di sale in zucca – probabilmente non ha fatto questa esperienza. I normali cittadini sani di mente non fanno certe pazzie. Io sì, una volta sola. Ho corso per cento chilometri, in una gara che è durata dal mattino alla sera. Naturalmente alla fine ero mezzo morto, al punto che mi sono detto che con la corsa, grazie tante, avevo chiuso. Quindi credo che non ritenterò mai più un’impresa simile, ma il futuro è imperscrutabile. Può darsi che l’esperienza non mi abbia insegnato niente e che un giorno raccolga di nuovo la sfida dell’ultramaratona. Chi può sapere cosa ci riserva il domani?»
Bisogna lasciarsi andare lungo i carruggi di un racconto circolare, pianeggiante, misero e sensuale, con la spensieratezza di un ragazzo di Calabria che divora il suo sogno di correre. Da solo e contro nessuno.
«Posso indicare con estrema precisione il momento in cui ho deciso di mettermi a scrivere. Era il 1° aprile 1978, verso l’una e mezzo del pomeriggio. Quel giorno, seduto da solo sulla gradinata dello stadio di Jingū, guardavo una partita di baseball bevendo una birra. L’appartamento in cui vivevo era a pochi minuti a piedi dello stadio, e a quel tempo ero un ardente tifoso degli Yakult Swallows. Nel cielo non c’era nemmeno una nuvola, soffiava una brezza leggera, insomma era una splendida, perfetta giornata di primavera. All’epoca nello stadio di Jingū non c’erano posti a sedere di gradinata, soltanto un vasto prato in declivio. Sdraiato nell’erba, sorseggiando la mia birra fredda, guardavo tranquillamente la partita e, ogni tanto alzavo gli occhi al cielo. Gli spettatori – come al solito non erano molti. Gli Yakult, in quella prima partita della stagione, giocavano in casa contro i Carp di Hiroshima. Il lanciatore degli Yakult era Yasuda, me lo ricordo bene.era basso e robusto, ma lanciava palle viziose e micidiali. Yasuda si ritirò alla fine della prima parte del primo inning, nella seconda parte il primo a battere fu Dave Hilton, un nuovo giocatore americano. Hilton fece una battuta a terra lungo la linea sinistra del campo – il suono secco della palla contro l mazza risuonò nello stadio – poi a velocità pazzesca girò la prima base e si fermò sulla seconda. Ecco, fu in quel momento che mi colpì il pensiero: ‘Voglio scrivere un romanzo’. Ricordo ancora il cielo completamente sereno, la sensazione dell’erba fresca appena spuntata, lo schiocco della mazza contro la palla. In quel momento dal cielo scese in silenzio qualcosa, e io lo presi. Sì, lo presi».
E la stessa folata che attraversa le Serre e Honshu - aprendo un’altra pagina di questo straordinario autoritratto - ora lambisce la solitudine di chi è in transumanza per scrivere la sua, di storia.
Murakami Haruki, L’arte di correre, 2007
Traduzione di Antonietta Pastore
Einaudi

even if i can't read what you wrote about that book (and i surely don't want to bother google translate) - i think this is the book every writer should read. maybe even every single person. the things murakami talks about are so incredibly true and useful. felt completely new and different afterwards.
RispondiEliminaYes! Thank you for your consideration, Holly. Murakami is an interesting writer, nice and surreal. Yukio Mishima, Kezamburo Oe, Yasunari Kawabata,Haruki Murakami: that's a great company!
Eliminaun bacio, Sayonara...!
Yes! Thank you for your consideration, Holly. Murakami is an interesting writer, nice and surreal. Yukio Mishima, Kezamburo Oe, Yasunari Kawabata,Haruki Murakami: that's a great company!
RispondiEliminaun bacio, Sayonara...!