giovedì 28 giugno 2012

ARTO TAPIO PAASILINNA / L’ANNO DELLA LEPRE





Serra delle Ciavole, (2.130 m), 28/07/2012 – 6:00:12

Cos’è un abbandono se non la vita stessa? Dopo tutto, come il Giappone, anche la Finlandia è simile alla terra di Ulisse. Terra di dove finisce la terra, terra di confine, terra di perdizione. Terra in cui la poesia vive dietro l’angolo, attraversa la strada all’improvviso, in cui tutto può svanire da un momento all’altro. Amare non è vivere, ma l’amore è pur vita.

«Il fotografo, che era al volante, lo vide sulla strada, ma il suo cervello intorpidito non reagì abbastanza in fretta da evitarlo. Una scarpa impolverata premette forte il pedale del freno, ma troppo tardi. L’animale, terrorizzato, spiccò un salto e andò a sbattere con un tonfo sordo contro un angolo del parabrezza, sparendo poi in un baleno nella foresta.»

Dopo una giornata di lavoro stressante e vuota, due amici, un fotografo e un giornalista, rientrano a Helsinki. È l’estate di San Giovanni: i due personaggi hanno quarant’anni, sono delusi, abbattuti e ormai traditi nelle illusioni perdute dell’amore e della fedeltà. Un sole tramontante impedisce al fotografo di vedere una lepre che gli taglia la strada. Una lepre particolare, che d’inverno diventa bianca per poi tornare grigiastra a giugno. Kaarlo Vatanen – questo è il nome del fotografo – si addentra nella selva per salvare l’animale che fugge via con una zampa rotta. Penetra nella foresta per non fare più ritorno.

«Vatanen pensò a sua moglie, a Helsinki, e si sentì male. Vatanena non amava sua moglie. Era, in un certo senso, cattiva; e cattiva, o meglio egoista, era stata fin da quando si erano sposati. Aveva l’abitudine di comprarsi dei vestiti impossibili, brutti e poco pratici, che poi indossava solo per brevi periodi, perché alla lunga non piacevano neanche a lei. Sicuramente avrebbe volentieri cambiato anche Vatanen, se solo fosse stato altrettanto facile dei vestiti.»

Scappare. Ciò che importa, è che Vatanen non tornerà più sui propri passi. Abbandonerà per sempre amici, lavoro, famiglia, sentimenti, ogni cosa. È in questo modo che inizia la storia disincantata e cruda che ci racconta Arto Tapio Paasilinna nella novella ‘L’anno della lepre’, pubblicata nel 1975. Una storia che fa ritornare in mente le atmosfere dei film di Aki Kaurismaki, la solitudine degli uomini, il desiderio troppo umano di libertà che alberga in ciascuno di noi. La lepre, un animale veloce e innocuo, metafora dell’attimo fuggente, è la scusa per fuggire dalla gabbia del consumismo che rende piatta l’esistenza terrena. Ma anche dalla quotidianità di una società organizzata secondo regole chiuse ed ipocrite.

«Vatanen si rese conto di essere sdraiato a terra, avvolto in un tappeto. Un liquido acido gli gorgogliava nello stomaco, gli saliva in bocca: aveva voglia di vomitare. Non osava aprire gli occhi, non percepiva alcun rumore, ma, riflettendoci meglio, ne sentiva di ogni sorta: mormorii, crepitii, sibili; e di nuovo una bile gialla gli riempì la bocca».

Rinchiusa nel frastuono della babele giornaliera, spremuta dal vuoto che riempie le stanze di un’infanzia spacciata, la lepre corre verso un destino migliore. Che disconosce.



Arto Tapio Paasilinna, L’anno della lepre, 1975

Traduzione di Ernesto Boella

Iperborea

mercoledì 27 giugno 2012

ISMAIL KADARÉ / APRILE SPEZZATO











Monte Pietracappella, (1.823 m), 27/06/2012 – 6:00:11




E nonostante le unghiate di Caronte o le madide leccate di Scipione l’Africano;  nonostante l’incendio dei grilli e il segreto dei campi annaffiati dal sale di Amantea; nonostante la morte sulle autostrade arroventate, e gli insopportabili lutti prematuri, e i cucchiai, e le Regine, e la crisi, e i pozzi, e le disumane braccia di Damasco. Nonostante tutto – se nel tutto ancora abita qualcosa di simile alla realtà – sui colli argentati dall’ultimo sole di giugno, la vita si sbrana.                                                                                                                                                                                                Il diciassette marzo di un anno indefinito, Gjorg Berisha deve vendicare l’assassinio di suo fratello, per non venir meno alle regole della Besa: uno dei principi originari del Kanun, un insieme di norme consuetudinarie albanesi che stabilisce, senza scelta, modalità, costo e tempo di ogni colpa. In seguito all’uccisione, consumata tra insicurezze e melograni, a Gjorg non resta che il tormento eterno e un solo mese di tregua. Oltre le ante arrugginite della sua finestra, affacciata su un mondo di macerie, la morte si aggira lungo qualsiasi rigagnolo riarso, dietro ogni muro, su tutte le grondaie.

«Sulla curva della strada, forse per la ventesima volta dacché si era appostato, gli parve di vedere sbucare l’uomo che doveva essere la sua vittima. Avanzava con passo corto, e la canna tutta nera del fucile oltrepassava la sua spalla destra. La vedetta trasalì. No, questa volta non era più una visione. Era quello l’uomo che aspettava. Proprio come le altre volte, Gjorg puntò il fucile contro l’uomo e mirò al capo. Per un attimo gli sembrò che avesse un’espressione corrucciata, che cercasse di scansarsi dalla linea di mira, e all’ultimo momento credette persino di distinguere sul volto dell’uomo un sorriso ironico. Sei mesi prima gli era accaduta la stessa cosa e, per non mutilare quel volto (chissà da dove gli era venuto all’ultimo momento quel sentimento di pietà?), aveva abbassato il mirino dell’arma e ferito il nemico al collo. L’uomo si avvicinava. ‘Purché questa volta non lo ferisca soltanto’, pensò Gjorg, quasi in tono di preghiera. I suoi familiari avevano durato una gran fatica a pagare l’ammenda per la prima ferita, e una seconda li avrebbe mandati in rovina. Se invece il colpo fosse stato mortale, non avrebbero avuto niente da risarcire».

“Aprile spezzato” fu pubblicato nel 1982 dal poeta Ismail Kadaré, cantore insuperabile della terra d’Albania, architetto di storie brutali ed autentiche. Tra i suoi capolavori ricordiamo “La città di pietra” del 1971, “Chi ha riportato Doruntina?” del 1980 e “L’anno avverso” del 1986.                                                                                                                                                             Nato nel 1936 ad Argirocastro, città antica che contiene un’importante comunità greca, dopo una notevole attività poetica, Kadaré esordisce nella narrativa negli anni Sessanta. Per manifestare il proprio dissenso nei confronti della dirigenza albanese, nel 1990 ha ottenuto asilo politico in Francia, dividendosi appunto tra Tirana e Parigi.

«L’imposta del sangue?’ gli chiese, lanciando uno sguardo furtivo sulla manica destra e, senza attendere risposta, protese il braccio a indicare una delle gallerie. Gjorg si avviò in quella direzione, sebbene sentisse che le gambe non lo sostenevano più. Di fronte a lui si trovava una porta di legno antichissima. Si voltò indietro come per chiedere all’uomo che gli aveva parlato se dovesse entrare lì, ma l’altro era scomparso. Osservò per un momento la porta, prima di decidersi a bussare. Il legno era tarlato dappertutto e cosparso di chiodi di ogni sorta e di pezzi di ferro piantati disordinatamente, per la maggior parte di traverso e senza alcuna funzione. Quei pezzi di ferraglia erano compenetrati nella vetustà del legno come le unghie nella mano di un vecchio».

Nel bel mezzo delle nerbate di un vento farinoso, la vita breve di Gjorg si attorciglia come una serpe invasata con quelle di Diana e Besian, una donna avvenente e uno scrittore avventuriero. Tale incontro sarà nefasto: metterà infatti in bilico l’amore dei due e indurrà Gjorg a un’imprudenza fatale. Kadaré ci racconta la leggenda di una terra ruvida e inospitale, fertile e sanguigna, dove il tempo sembra essersi fermato per sempre. La vita e la morte, la passione e i destini, danzano su un sottilissimo filo che alla fine non potrà che spezzarsi in un aprile inesorabile.

«Per un istante, gli sembro che il mondo si attutisse completamente, poi, attraverso quella sordità, percepì alcuni passi. Sentì due mani che muovevano il suo corpo. ‘Mi girano sulla schiena’, pensò. Ma in quel momento qualcosa di freddo, forse la canna del suo fucile, gli tocco la guancia destra. ‘O Dio mio, secondo tutte le regole!’ Si sforzò di aprire gli occhi, senza rendersi bene conto se vi riuscisse o no. Invece del suo uccisore, scorse alcune chiazze di neve non del tutto disciolte e , fra esse, il bue nero ancora invenduto. ‘Tutto qui’, pensò, ‘e in fondo è durato anche troppo.’»


Ismail Kadaré, Aprile spezzato, 1982

Traduzione di Flavia Celotto

Longanesi