venerdì 27 aprile 2012

EFRAIM MEDINA REYES / C’ERA UNA VOLTA L’AMORE MA HO DOVUTO AMMAZZARLO






Montenero (1.881 m), 27/04/2012 – 6:00:09

Come un ramarro che rapina il sole tra le pietraie e i pruni delle montagne della Porcina oppure un saettone che brucia l’erba dei prati incolti con i suoi occhi infuocati, Rep squaglia la propria esistenza tra i bagni e le strade di una Colombia ostile e piena di fascino violento: con un’aggressività irriverente, una esuberanza primitiva e pura. Ci starebbe bene in mezzo alle radure di crochi, alle sabbie e ai graniti che sfiorano le rose viscose ammassate sui ruderi di Corazzo; acuminati e perfetti per ammazzare l’amore, quello di sempre, unico e ultimo baluardo della lontananza e della poesia.

«La sua pelle è bianca ma il sole la scurisce un po’ e diventa bellissima. Quando stai così tutto gira per il verso giusto, hai il mondo in pugno e anche se non è nulla, brilla. Lei trema quando la sfiori, ti dà tutto di sé, anche quello che teneva in serbo per un giorno di pioggia. Una dolce e sensibile creatura di Dio. Sei il suo eroe e non devi fare sforzi per essere buono e fidato. I pescatori guardano la tua ragazza e anche se ti dà un po’ fastidio puoi capirli: lei è una festa per gli occhi e tu sei il padrone, puoi baciarla e farci l’amore quando ne hai voglia, sei il primo e unico uomo della sua vita, il giardiniere che ha colto quel fiore, l’hai colta con dolcezza, non c’è stato dolore, è stato lento e piacevole come succhiare una caramella di menta».

Con “C’era una volta l’amore, ma ho dovuto ammazzarlo”, Efraim Medina Reyes, nato nel ’67 a Cartagena de Indias, autore, tra gli altri, di “Sarah e le balene”, “Cinema Albero”, “Teniche di masturbazione fra Batman e Robin” o “La sessualità della pantera rosa”, si ascrive alla lista sparuta di un gruppo di scrittori senza maestri, senza generazione e, soprattutto, senza santi né in terra né in paradiso. Sempre in bilico tra uno stile pulp e la musica rock, libero da etichette e piagnistei letterari, Medina Reyes usa la penna come un’arma da fuoco o un’arma bianca macchiata dal sangue della passione e della carnalità.

«E un giorno tutto finisce, lei dice basta e fa sul serio. Diventi matto cercando di aprire la porta che hai aperto un migliaio di volte. Per lei sei meno di uno stronzo spiaccicato in mezzo alla strada. Una domenica la incontri in quel villaggio di pescatori con un pidocchio appeso al collo. Il pidocchio è grasso, privo di grazia e di senso dell’umorismo, solo una lumaca molle. Lei lo guarda e non c’è amore nei suoi occhi, al pidocchio questo non importa, è abituato a raccattare gli avanzi. Adesso lei è sua e non ti serve a niente essere meglio di lui».

Nelle parole di Medina Reyes s’insinua sempre il fantasma del suono, dai Nirvana ai Sex Pistols, spazzando via con impudicizia le allegrie da salotto e appendendosi invece ai rancori casalinghi. Egli sbianca l’immagine edulcorata di una America Latina da villaggio turistico, attraverso una candeggina linguistica densa di sfumature e villaggi umani. Ci serve per colazione l’anatomia di un mondo devastato dai falsi miti del calcio e della politica, eppure siede con i suoi lettori per condividerne l’asprezza e le emozioni.  

«Visto che non ho nessuno da odiare odio lui, visto che non c’è colpevole do a lui la colpa, visto che non c’è nemico faccio di lui il nemico. Il mio è un amore soprannaturale, un peccato senza Dio, una telenovela senza fine, la pubblicità di una nuova marca di margarina. Visto che chi dovrei uccidere sono io, uccido l’amore. Visto che sono l’incendiario, l’innominabile, nomino lui. Visto che non ho potuto dire a lei quanto la amo, lo dico al mondo».

Negli abissi dell’Arvo e dell’Ampollino, ma anche nei letti più remoti del Mar Jonio e del Tirreno, trema una speranza, che è un po’ una realtà, un po’ un sogno. Tremano le sabbie, tremano i moli, e lentamente l’acqua vede il suo cuore trasparente smarrire per sempre. Nel punto in cui questa è più profonda, palpita il pesce ghiaccio, privo di desideri e pensieri, senza amici, spoglio di qualsiasi curiosità, fino a quando qualcuno non sopraggiungerà per sconvolgere il suo paradiso di pace e di silenzio. Questa storia e molto altro, come il pesce ghiaccio, presto vedrà la luce.

Efraim Medina Reyes: “Quello che ancora non sai del pesce ghiaccio”, 2012.


Efraim Medina Reyes, C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo, 2002

Traduzione di Gina Maneri


Feltrinelli

martedì 17 aprile 2012

LOUIS-FERDINAND CÉLINE / PANTOMIMA PER UN’ALTRA VOLTA





Monte Cannavi, (1.669 m), 17/04/2012 – 6:00:08



È la pioggia. Una pioggia carnosa che irrompe tra i canali di Portella Ficara: una sella di fango verso Casalnuovo. È la pioggia. Una resina acida che scalfisce i pianori e poi si dilegua, scomparendo per sempre nel cesto di vene dei torrenti. Nella rada di rovi e di more, la capra frigna come un cane malato, ma si salva, dal destino roccioso del dirupo. Uno sparo. La polvere del moschetto si umetta, diventa pasta, poi mota, poi terra, e di nuovo qualcosa di liquido; e in quel punto un giorno l’uomo passerà, con il suo piede assassino, figlio di donne fameliche, indegno. Il gorgoglio dei falchi di palude è un grido vuoto, mentre il lupo mastica l’aria e non dorme, solitario e vivo, sotto i noduli del bosco. Il pastore ha il viso tormentato di Louis- Ferdinand Céline, le nocche delle dita sane e remote come i rami dei cedri, lo sguardo procace e svagato come un immemore o un poeta, diverso, folle.

«Oh ma il culone ci canzona! Fanfarone, cornuto, imbecille! Doveva solo non andarci! A che cosa pensava nel ’14? Scemo zompante! Nessuno lo costringeva ad essere eroe! Aveva solo che da guardare in faccia!... il nemico, e hop! Rifilava tutto! L’affare ai Crucchi! Refurtiva! Panoplia! Pennacchio! Corazza! Allora? Ha niente immaginato?...disertava era perfettamente a posto!...una buona azione se ne tira dietro un’altra…tornato alla vita naturale si bi steccava due tre mignotte…aveva i doni, le occhiate, il pugno niente moscio, la canzonetta…re di fiori!...Signore, l’ora attuale!»

Il piovasco scroscia, scorre, si rovescia, scende, salta, si scavalca e sbarca. Il rigagnolo si gonfia, tonfa, sgonfia, rigonfia, sbatte e si sbatacchia, così come la lingua del nostro pastore in “Pantomima per un’altra volta”; un saggio musicale sul romanzo, un romanzo sulla musica, una musica sulle parole. Allo stesso modo, sconnesso e distante, Africo fende il suo cuore tra il monte e il mare: due fratelli sbranati, due sorellastre isolate. Un paesaggio bello da far soffrire, un talento linguistico talmente eccezionale da render pazzi.

«Vi sto insopportabile? Me ne fotto! Io urlo! Abbaio! E la dissenteria amebica? Ce l’ho sì! Sc! Sc! Dirvi se ne ho visto di mondo! Se ci sono andato dietro alla bandiera di Francia! Al diavolo! Ah i tre colori, mantenuta! A me! A me! Epopea! Rovesci! Che m’importa? Bianco! Rosso! Blu! È tutto! Da per tutto li ho tenuti alto! E nella Gloria! E in meno di gloria! Me ne sono ammantato in disfatte! C’è delle pieghe nei tre colori, ma nella mia coscienza manco una piega! Fuori un passo chi arriccia il naso? Dove non sono stato a portare la mia fede? La mia carnaccia? I miei diplomi? Sincerità, gentilezza! Alto i cuori! Bordello! Adesso risata extremis! Me mutilato molto prima di Pétain, io vi smerdo!»

Céline è appena rientrato a Parigi dall’esilio nella terra di Andersen. Scomodo e non gradito, accusato di antisemitismo: in realtà biasimava con furore il popolo imborghesito e banale,  in particolare gli ebrei e i comunisti, rei di aver deluso socialmente e politicamente le sue aspettative culturali ed artistiche.

«Ci si accanisce a volermi considerare un massacratore di ebrei. Io sono un preservatore accanito di francesi e ariani e, contemporaneamente, del resto,  di ebrei. Ho peccato credendo al pacifismo degli hitleriani, ma lì finisce il mio crimine.»

Quello che ci interessa, comunque, è la sua arte affabulatoria; questo fiume che straripa, tracima, deborda, questo fiume che si fa lago, mare, rivolo, venuzza; e che mai si ferma, in perenne moto, con immensa pena e sfinimento immane.

«Avessi insistito di più avrebbe fatto tutto davanti a me, l’avrei strozzato dopo! È il genio le mani! È il genio!...lui aveva le mani impastatrici ma me l’acchiappavo io al gargarozzo? Ci spaccavo la glottide! Lui era sistemato! Io mi vanto! Mi vanto! Non ho le mani che possono strangolare…sarei mica riuscito là…houac! Il rantolo! Ci ho delle mani da sgobbo! D’idiota…mi ci fossi messo davvero! A due braccia l’avrei strangolato forse? L’avrei avuta la sua glottide! Avrebbero goduto tutti e due…chiedevano…volevano finire…mi avevano provocato! Ci avrei cecato i suoi occhi a lui! Dopo strangolato! Mi aveva fatto molti torti! Apposta lei nuda sotto il becco a gas…ci avrei cecato gli occhi allora? C’è la storia…la situazione! Io sono rimasto alle carezze…ecco…ecco! Alle carezze…ero eccitato proprio tutto! C’è tutto…eccitato! Cliente!...la vita passa…il sangue passa…porta via…»

 E in tal modo, guardando il sangue che passa, e la vita che si porta tutto appresso, guardiamo lontano, stremati…tra Aspromonte e Jonio, tra lamponi e funghi.

Louis-Ferdinand Céline, Pantomima per un’altra volta, 1952

Traduzione di Giuseppe Guglielmi

Einaudi