venerdì 24 febbraio 2012

MURAKAMI HARUKI / L’ARTE DI CORRERE




Serra Dolcedorme (2.267 m), 24/02/2012 – 6:00:07


È pur vero che la Calabria e il Giappone hanno qualcosa in comune. Sembrerebbe un azzardo, ma non lo è. Non ci riferiamo al pesce crudo, fiore all’occhiello della gastronomia di Nocera Terinese, di Melissa e Vibo Valentia, bensì alle conifere sempreverdi che si ergono sull’Aspromonte e sulle Serre catanzaresi così come nelle isole di Kyushu e Ryu Kyu. Dal pino laricio agli aceri, passando per gli abeti, dai faggi ai querceti bruni che sbarbano il folto pube delle grotte di Gambarie; dai frassini alle betulle, passando per bambù e felci, dalle magnolie alle camelie che svellono la geisha di terra che va da Honshu a Hokkaido. Eppure il rigore di Corrado Alvaro, l’estro di Domenico Zappone, lo sforzo di Franco Costabile e l’etereo versificare di Lorenzo Calogero trovano una sintesi secca e signorile nella scrittura di Murakami Haruki. Tensione etica.

«Negli anni sembra essersi formata l’equazione artista = debosciato. Nei film e negli sceneggiati televisivi appare spesso questo genere di scrittore stereotipato, o forse sarebbe meglio dire mitizzato. Fondamentalmente, concordo con l’affermazione che scrivere è un’attività malsana. Quando decidiamo di scrivere un libro, cioè di creare una storia dal nulla servendoci di parole e frasi, necessariamente estraiamo e portiamo alla luce un elemento tossico che fa parte del nucleo emotivo dell’essere umano. Lo scrittore se lo trova di fronte e, pur sapendo di correre un pericolo, deve maneggiarlo con abilità. Perché senza la presenza l’intervento di quell’elemento tossico, un atto creativo dal significato autentico non è possibile».

Dunque la scrittura per disintossicarsi? Come la rucola primitiva e le tisane alle ortiche che spuntano fiere tra la carne d’aria che riempie i venti severi su Falerna e Lamezia. Non c’è che dire. Il Murakami Haruki più amato dal nostro pastore è senza dubbio quello di “Underground”, di “ Kafka sulla spiaggia” o “Nel segno della pecora”; tuttavia ne “L’arte di correre”, scritto nel 2007, questi riflette con una chiarezza quasi disarmante sul talento artistico, sulla genialità, sulla vena poetica e sull’esistenza umana.

«Avete mai corso cento chilometri in un giorno? La schiacciante maggioranza delle persone al mondo – o forse sarebbe meglio dire tutti coloro che hanno un po’ di sale in zucca – probabilmente non ha fatto questa esperienza. I normali cittadini sani di mente non fanno certe pazzie. Io sì, una volta sola. Ho corso per cento chilometri, in una gara che è durata dal mattino alla sera. Naturalmente alla fine ero mezzo morto, al punto che mi sono detto che con la corsa, grazie tante, avevo chiuso. Quindi credo che non ritenterò mai più un’impresa simile, ma il futuro è imperscrutabile. Può darsi che l’esperienza non mi abbia insegnato niente e che un giorno raccolga di nuovo la sfida dell’ultramaratona. Chi può sapere cosa ci riserva il domani?»

 Bisogna lasciarsi andare lungo i carruggi di un racconto circolare, pianeggiante, misero e sensuale, con la spensieratezza di un ragazzo di Calabria che divora il suo sogno di correre. Da solo e contro nessuno.

«Posso indicare con estrema precisione il momento in cui ho deciso di mettermi a scrivere. Era il 1° aprile 1978, verso l’una e mezzo del pomeriggio. Quel giorno, seduto da solo sulla gradinata dello stadio di Jingū, guardavo una partita di baseball bevendo una birra. L’appartamento in cui vivevo era a pochi minuti a piedi dello stadio, e a quel tempo ero un ardente tifoso degli Yakult Swallows. Nel cielo non c’era nemmeno una nuvola, soffiava una brezza leggera, insomma era una splendida, perfetta giornata di primavera. All’epoca nello stadio di Jingū non c’erano posti a sedere di gradinata, soltanto un vasto prato in declivio. Sdraiato nell’erba, sorseggiando la mia birra fredda, guardavo tranquillamente la partita e, ogni tanto alzavo gli occhi al cielo. Gli spettatori – come al solito  non erano molti. Gli Yakult, in quella prima partita della stagione, giocavano in casa contro i Carp di Hiroshima. Il lanciatore degli Yakult era Yasuda, me lo ricordo bene.era basso e robusto, ma lanciava palle viziose e micidiali. Yasuda si ritirò alla fine della prima parte del primo inning, nella seconda parte il primo a battere fu Dave Hilton, un nuovo giocatore americano. Hilton fece una battuta a terra lungo la linea sinistra del campo – il suono secco della palla contro l mazza risuonò nello stadio – poi a velocità pazzesca girò la prima base e si fermò sulla seconda. Ecco, fu in quel momento che mi colpì il pensiero: ‘Voglio scrivere un romanzo’. Ricordo ancora il cielo completamente sereno, la sensazione dell’erba fresca appena spuntata, lo schiocco della mazza contro la palla. In quel momento dal cielo scese in silenzio qualcosa, e io lo presi. Sì, lo presi».

E la stessa folata che attraversa le Serre e Honshu - aprendo un’altra pagina di questo straordinario autoritratto - ora lambisce la solitudine di chi è in transumanza per scrivere la sua, di storia.

Murakami Haruki, L’arte di correre, 2007

Traduzione di Antonietta Pastore

Einaudi

giovedì 23 febbraio 2012

TRUMAN CAPOTE / L’ARPA D’ERBA






Monte Curcio, (1.788 m), 23/02/2012 – 6:00:06




L’arpa d’erba conosce la storia di tutta la gente dell’altopiano, dalle rovine di Sibari alle colline del Marchesato. Ondeggia e scivola tra i viluppi dei graniti, per poi morire o rivivere nell’incanto dei corsi d'acqua che la puntellano da ogni lato. È lì che il nostro pastore si toglie la sete a manate, che abbevera la sua anima con i cristalli lucidi, incisi sulle cutícchie ormai erose dall’ansia delle piogge.

«Credo che si amassero molto, mio padre e mia madre. Ogni volta che il babbo partiva per vendere i suoi frigoriferi la mamma piangeva. La mamma si era sposata a sedici anni e non raggiunse i trenta. Il pomeriggio in cui morì, papà gridando il suo nome, si strappò gli abiti di dosso e corse nel cortile, nudo. All’indomani del funerale, Verena venne in casa nostra. Ricordo il terrore che provai quando la vidi avanzare lungo il marciapiede. Era una donna ben portante, maga come una frusta, i capelli color sale e pepe tagliati corti, le sopracciglia nere, quasi virili, e un vezzoso neo sulla guancia».

La penna tersa e polare è quella di un alce albino della letteratura: Truman Capote: “L’arpa d’erba” (1951): pietra miliare della prosa nordamericana. In questo breve romanzo, affilato come un pugnale di Dasà e più scaltro di una volpe di Frascineto, Capote narra alla perfezione il diario di un’esistenza crudele, trafitta da un raggio di tragiche passioni e amori sconsiderati.

«L’acqua del ruscello non supera mai l’altezza del ginocchio: lucidi letti di muschio rendono verdi le rive e, in primavera, vi spuntano candide primule e minuscole violette, briciole floreali per le nuove api che hanno gli alveari sui cespugli di alloro».

Il giovane Collin diventa l’ignaro erede del suono inconfessabile e senza fine dell’arpa d’erba, scrutando nelle vicende umane con la delicatezza del suo sguardo adolescente. Capote penetra con sottigliezza nella schiena dei suoi personaggi, preludendo quelli che saranno i pilastri della sua scrittura. Trasparenza, ferocia, gracilità. Elementi che coroneranno, per esempio, “A sangue freddo”, la cronaca dell’assassinio di un’intera famiglia avvenuta nelle campagne del Kansas che lo porterà a generare una nuova forma di narrazione, il romanzo verità.

«Quando ho sentito parlare per la prima volta dell’arpa d’erba? Molto tempo prima di quell’autunno in cui andammo ad abitare sul sicomoro. In un autunno molto remoto, dunque; e certo fu Dolly a parlarmene, perché nessun altro avrebbe pensato a quel nome: arpa d’erba. Se uscite dalla città, imboccate la strada della chiesa, rasenterete di lì a poco una abbagliante collina di pietre candide come ossa e di scuri fiori riarsi: è il cimitero Battista. Vi sono sepolti i membri della nostra famiglia, i Talbo, i Fenwick. Mia madre riposa accanto a mio padre e le tombe dei parenti e degli affini, venti o più, sono disposte intorno a loro come radici prone di un albero di pietra. Sotto la collina si stende un campo di alta saggina, che muta di colore ad ogni stagione; andate a vederlo in autunno, nel tardo settembre, quando diventa rosso come il tramonto, mentre riflessi scarlatti simili a falò ondeggiano su di esso ed i venti dell’autunno battono sulle sue foglie secche evocando il sospiro di una musica umana, di un’arpa di voci».

Andando a ritroso lungo le note di una melodia avvolgente, il pastore alza lo sguardo e segue gli umori dell’orizzonte. Qualcosa suona. Un fischio, un richiamo. In ogni modo sa, che oltre il monte, un’altra pianura lo attende. E non sarà solo.

Truman Capote, L’arpa d’erba, 1951

Traduzione di Bruno Tasso

Garzanti

giovedì 16 febbraio 2012

MARLEN HAUSHOFER / LA PARETE






Monte Gariglione, (1.765 m), 16/02/2012 – 6:00:05


Ci sembra di scorgerla questa brigantessa, tra rododendri e ginestre, per poi non ritrovarla più: inghiottita dalle fauci di Caloveto o di Pietrapaola, nei bronchi spinosi di una Sila Greca varcata da appetiti di mosti, turdilli e susumelle. Separata dalla barbarie umana, per sempre. Una parete incrollabile svetta silenziosa e tragica; è il muro di una vita ostile che si sta allontanando, carico di rancori e promesse non mantenute. Persino gli ultimi resti antropici sono pietrificati, la catastrofe si posa senza scampo su ogni respiro. E d’un baleno sopravvivere significa sposare la natura più selvaggia, gli animali più insoliti, ridestare i fuochi del passato e scandagliare gli abissi della nostra anima.

«Sconcertata, allungai una mano e toccai qualcosa di freddo e di liscio: una resistenza gelida e levigata, in un punto in cui non poteva esservi altro che aria. Riprovai una seconda volta, esitando, e di nuovo la mia mano si posò come sul vetro di una finestra. Poi udii un battito forte e mi guardai attorno, prima di capire che era il pulsare del mio cuore a rimbombarmi nelle orecchie. Il mio cuore si era spaventato ancora prima che io mi rendessi conto. Sedetti sul tronco d’un albero lungo il bordo della strada e tentai di riflettere. Non ne fui capace. Pareva che tutti i pensieri mi avessero di colpo abbandonato».

“La parete”, capolavoro della solitudine, è stato scritto nel 1963 dall’austriaca Marlen Haushofer. Il titolo fu scelto da Hans Weigel che, nonostante avesse già fatto a pezzetti vari lavori dell’amica, paragonò senza esitazioni “La Parete” alla “Peste” di Albert Camus a “Il risveglio della terra” di Knut Hamsun e al “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe. Ma mentre Robinson nella sua storia sa cosa gli è successo ed è cosciente di essere un naufrago su un’isola deserta, quello che accade alla protagonista anonima della Haushofer non è detto e addirittura non può essere nemmeno nominato.

«Tre volte mi alzai, per convincermi che lì, a tre metri di distanza, ci fosse veramente qualcosa d’invisibile, freddo e liscio, a impedirmi di proseguire il cammino. Pensai a un’allucinazione, ma sapevo benissimo che non poteva trattarsi di nulla di simile. Avrei preferito accettare un po’ di follia, piuttosto di quella terribile cosa invisibile».

Non è la guerra che ha sterminato l’ultima presenza umana, bensì l’uomo stesso, torturato da una fame di violenza che, una volta per tutte, lo costringe all’evasione o alla follia. La natura come rifugio dell’impossibile. La selva come paradiso della realtà. La pioggia, la neve e il sole come nascondiglio del tempo.

«Allargai i rami grondanti e nella penombra della caverna, addossato alla parete rocciosa, vidi un camoscio morto. Era un animale adulto, che nella morte aveva un aspetto singolarmente esile e minuto. Potevo riconoscere distintamente lo sfogo biancastro della rogna, che gli ricopriva la fronte e gli occhi come un fungo malefico. Un animale reietto solitario, sceso dagli alti ghiaioni, dai pini nani e dai rododendri per rintanarsi cieco e moribondo in quella caverna».

Da un antro sperduto di Cropalati, dietro le fulgide fronde del primo tramonto, ci piace immaginare lo scatto finale della nostra brigantessa, magari in una sequenza de Il Cacciatore di Michael Cimino o sotto le ombre rarefatte della voce di Bambino, interprete andaluso di memorabili Rumbas, tra le quali la omonima La pared.

Scappare o impazzire, dunque. Ma siamo sicuri che la solitudine vera sia una sensazione privata? O forse si è davvero soli quando ci si sente tali in mezzo alla gente?


MARLEN HAUSHOFER, La parete, 1968

Traduzione di Ingrid Harbeck

Edizioni e/o