Monte Scuro, (1.633 m), 7/01/2012 – 6:00:03
Il vento di tramontana che sferza l’altopiano ci suggerisce verze, formaggi podolici, conserve invernali a base di allori e origano di timpa. È un vento tragico, che tuttavia non impedisce al nostro pastore di sfogliare pagine memorabili della letteratura come quelle contenute ne “La lingua salvata”, “La tortura delle mosche” o “Le voci di Marrakech”. Ma il suo piglio da grande studioso, da erudito del campo selvaggio, il suo istinto affrancato da ogni convenzione, lo avvicina tremendamente al Kien di “Auto da fé”: un romanzo che potrebbe far ardere un’intera biblioteca di bestsellers d’accatto che popolano le affollate scansie delle vetrinette di provincia. Come Kien, di fatto, il nostro pastore disprezza i professori senza idee, considera inutili i contatti con il mondo caotico delle città e ama sconsideratamente una cosa sola: i libri.
«Aveva l’abitudine, durante le passeggiate che compiva fra le sette e le otto del mattino, di dare un’occhiata alle vetrine di tutte le librerie che trovava sulla propria strada. Quasi con gioia constatava che robaccia e porcherie d’ogni genere occupavano sempre più spazio. Quanto a lui, possedeva la più importante biblioteca privata di quella grande città, e ne portava con sé sempre una piccola parte».
Elias Canetti, ebreo bulgaro di Spagna, nato a Rustschuk, scrittore in tedesco e Premio Nobel per la letteratura nel 1981, è stato un grande viaggiatore, un irraggiungibile esploratore di fiabe e di miti popolari, senza mai abbandonare la sua storia di uomo e di artista. Il suo scrivere tirato e brillante, che non disperde i residui della parola bensì resta sempre intenso e palpitante in tutti i particolari, ha accattivato gli occhi e l’intelligenza di milioni di lettori in tutto il mondo. In “Auto da fé” Canetti intreccia la storia di Kien ( già chiamato in un primo abbozzo con la sigla B.; da Büchermensch – Uomo dei libri; e Brand ovvero Incendio) con quella della governante Therese, una donna moralista e falsa, di cortissime vedute. Una maglia passionale narra il sottile ma violento contrappasso della vita su Kien, che aveva cercato di fuggirla con la stessa precisione con cui, da sinologo, sviscerava un testo antico.
«L’atrio si riempie di volumi e volumi. Lui si aiuta con la scala. Ben presto ha raggiunto il soffitto. Torna nella sua stanza. Gli scaffali gli spalancano in faccia occhiaie vuote. Davanti allo scrittoio il tappeto è in fiamme. Porta fuori tutti i vecchi giornali dalla stanzetta accanto alla cucina. Li apre e li gualcisce, li appallottola e li getta in tutti gli angoli. Riporta la scala dov’era prima, al centro della stanza. Sale fino al sesto gradino, sorveglia il fuoco e aspetta. Quando finalmente le fiamme lo raggiungono ride forte, come non ha mai riso in tutta la sua vita».
Tra i sopori che abbandonano i corpi percossi dalle dure stilettate dei frísuli o delle prime fríttule, inerpicandoci sulle colline materne per distruggere con gli sguardi i nostri tramonti calabri, bisogna ricordare un aneddoto degno di nota. Elias Canetti (che aveva dato al romanzo il titolo provvisorio di “Kant prende fuoco”) fece rilegare in tela nera il manoscritto e lo inviò a un tale Thomas Mann. Dopo alcuni giorni il manoscritto tornò indietro senza essere stato letto nemmeno un verso. Per diversi anni non si trovò un solo editore che osasse pubblicare Auto da fé, ma quando uscì con il titolo definitivo di “Die Blendung” e Kant si trasformò in Kien (in tedesco, legno resinoso di pino), Thomas Mann lo celebrò quale libro dell’anno.
Per questo motivo non ci resta che osservare l’orizzonte e sussurrare, tra il Jassa e il Savuto, una frase tratta da “Un regno di matite”:
«Il successo ascolta solo l’applauso. È sordo a tutto il resto».
ELIAS CANETTI, Auto da fé, 1996
Traduzione di Luciano e Bianca Zagari
Adelphi Edizioni

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