Monte Pettinascura (1.689 m), 7/01/2012 – 6:00:04
E se piovesse per sempre? E se andassimo ogni giorno al cinema? E se le strade fossero sempre affollate o magari vuote di ogni cosa? E se ricordassimo tutto ma proprio tutto, come il Funés delle “Finzioni” di Borges che muore nell’abisso della troppa memoria? E se tutto fosse tremendamente uguale a queste nuvole indaco che stracciano il cielo sopra la Sila Grande: un pugno di case all’imbrunire, le voci quasi umane delle rondini, il sonno dei laghi tra le palafitte abbarbicate ai ricordi.
«’Se fossi un grand’uomo le sparerei nelle palle’. Il burocrate anziano che mi stava davanti si girò sconvolto, una signora disse a un’altra ‘Arrivano tutti in questo stato dall’Africa, poveretti’, e io sentii che mi guardavano come si guardano gli storpi che si trascinano con le stampelle nei dintorni dell’ospedale militare, rospi zoppi fabbricati dalla stupidità del regime di Salazar, e che nelle sere d’estate nascondevano i loro moncherini imbarazzati nelle maniche dei pullover come piccioni malati posati sulle panchine dei giardini, o stavano con le prostitute che in Rua Artilharia Um strusciavano i loro fianchi ossuti contro le Mercedes degli imprenditori edili che, un fiammifero fra i denti, sudano di lussuria sotto il loro cappellino tirolese».
“In culo al mondo”, manifesto estetico dello scrittore lisboeta António Lobo Antunes, descrive le atrocità perpetrate durante la guerra coloniale africana dall’esercito salazarista: l’avvenimento più angoscioso vissuto dal Portogallo nella seconda metà del 1900. Nella narrazione, un superstite, fatto ritorno a Lisbona, confessa a una donna conosciuta in un bar la sua disumana esperienza in Angola. In un lungo assolo drammatico, con il pretesto di farle la corte, le riporta tutto l’orrore del conflitto coloniale: il sangue, la morte, la sensualità, le nostalgie, i rimpianti. Una guerra che sembra sia stata rimossa dagli altri, già affidata ai cassetti dell’oblio dai conservatori cattolici e patriottici sostenitori del regime.
«Perché mai, Sofia, le donne nere rimangono in silenzio mentre partoriscono, silenziose e serene sulle stuoie mentre la testa di un figlio sorge lentamente dall’intervallo delle loro cosce, prende forma, si scioglie, una spalla si svincola dalla piega dell’utero che la trattiene, il tronco scivola fuori della vagina come il pene dopo il coito, con un unico movimento implacabile e liscio, senza dolore, soltanto la dolce separazione di due vite, il semplice allontanamento di due corpi che mai più si uniranno, come noi, Sofia, ci perdemmo l’un l’altro, quando arrivai a casa tua e la porta non si aprì, raschiai il legno con le unghie, girai intorno alla parete d’argilla in ascolto e mi rispose un silenzio vuoto, nessun respiro, nessun soave pigolio di galline addormentate mi arrivò dalle fessure, dagli intervalli dell’argilla, dalle ciocche pettinate della paglia del tetto, raschiai ancora il legno e la vecchia con la pipa in bocca socchiuse la porticciola, fece scivolare su di me uno sguardo minerale, un panno le ondeggiava leggermente interno al ventre magro, mi avvicinai, sbirciai dentro, lo stoppino illuminava il letto deserto, le pieghe di gesso delle lenzuola, i barattoli rugginosi sulle mensole, il terribile vuoto dell’assenza».
Ma al contempo ci troviamo di fronte a un libro di memorie, a un libro di poesia, a un’autobiografia lirica scalpellati dalla penna più originale degli ultimi decenni. Cosa aspettarsi, dopo tutto, da un medico psichiatra che abbandona la propria professione per dedicarsi con sforzo immane alla letteratura? Chirurgo di sogni, infaticabile cantastorie di una realtà complessa e a tratti schizofrenica ("Memoria d’Elefante", "Che farò quando tutto brucia?", "Conversazione con gli uccelli", "La morte di Carlos Gardel", "L’Arcipelago dell’insonnia"...), Antunes elabora una lingua abbacinata, folle, saggia, scarna, tutta tesa verso la fatica della perfezione e della parola assoluta.
«Vuole succhiare la fetta di arancia e metterla nel portacenere, come una fetta opaca e secca di sole ottobrino, succhiare l’arancia a occhi bassi per risparmiarsi lo spettacolo derisorio della mia commozione, commozione da bevitore, alle due del mattino, quando i corpi cominciano a spostarsi come tergicristalli, quando il bar è un Titanic che fa naufragio e le bocche silenziose intonano inni privi di suono, aprendosi e chiudendosi come le labbra tumefatte dei pesci?»
Come ha scritto in modo brillante Roberto Francavilla, “In culo al mondo” si fonda sul concetto della distanza. Una distanza feroce e inevitabile, che provoca nella coscienza un meccanismo di straniamento (le patologie dell’addio e della malinconia) e la conseguente sovversione di valori considerati inattaccabili.
Nella eco di questa lontananza, che è poi la lingua della nostra infanzia, gettiamo un grido di gioia, consapevoli che a Lobo Antunes non dispiacerebbero i molari silani, le sue cascate, i suoi ruscelli, i suoi flussi di coscienza infiniti.
ÁNTONIO LOBO ANTUNES, In culo al mondo, 1979
Traduzione di Maria José de Lancastre
Feltrinelli / Einaudi

