sabato 7 gennaio 2012

ANTÓNIO LOBO ANTUNES / IN CULO AL MONDO








Monte Pettinascura (1.689 m), 7/01/2012 – 6:00:04

E se piovesse per sempre? E se andassimo ogni giorno al cinema? E se le strade fossero sempre affollate o magari vuote di ogni cosa? E se ricordassimo tutto ma proprio tutto, come il Funés delle “Finzioni” di Borges che muore nell’abisso della troppa memoria? E se tutto fosse tremendamente uguale a queste nuvole indaco che stracciano il cielo sopra la Sila Grande: un pugno di case all’imbrunire, le voci quasi umane delle rondini, il sonno dei laghi tra le palafitte abbarbicate ai ricordi.

«’Se fossi un grand’uomo le sparerei nelle palle’. Il burocrate anziano che mi stava davanti si girò sconvolto, una signora disse a un’altra ‘Arrivano tutti in questo stato dall’Africa, poveretti’, e io sentii che mi guardavano come si guardano gli storpi che si trascinano con le stampelle nei dintorni dell’ospedale militare, rospi zoppi fabbricati dalla stupidità del regime di Salazar, e che nelle sere d’estate nascondevano i loro moncherini imbarazzati nelle maniche dei pullover come piccioni malati posati sulle panchine dei giardini, o stavano con le prostitute che in Rua Artilharia Um strusciavano i loro fianchi ossuti contro le Mercedes degli imprenditori edili che, un fiammifero fra i denti, sudano di lussuria sotto il loro cappellino tirolese».

“In culo al mondo”, manifesto estetico dello scrittore lisboeta António Lobo Antunes, descrive le atrocità perpetrate durante la guerra coloniale africana dall’esercito salazarista: l’avvenimento più angoscioso vissuto dal Portogallo nella seconda metà del 1900. Nella narrazione, un superstite, fatto ritorno a Lisbona, confessa a una donna conosciuta in un bar la sua disumana esperienza in Angola. In un lungo assolo drammatico, con il pretesto di farle la corte, le riporta tutto l’orrore del conflitto coloniale: il sangue, la morte, la sensualità, le nostalgie, i rimpianti. Una guerra che sembra sia stata rimossa dagli altri, già affidata ai cassetti dell’oblio dai conservatori cattolici e patriottici sostenitori del regime.

«Perché mai, Sofia, le donne nere rimangono in silenzio mentre partoriscono, silenziose e serene sulle stuoie mentre la testa di un figlio sorge lentamente dall’intervallo delle loro cosce, prende forma, si scioglie, una spalla si svincola dalla piega dell’utero che la trattiene, il tronco scivola fuori della vagina come il pene dopo il coito, con un unico movimento implacabile e liscio, senza dolore, soltanto la dolce separazione di due vite, il semplice allontanamento di due corpi che mai più si uniranno, come noi, Sofia, ci perdemmo l’un l’altro, quando arrivai a casa tua e la porta non si aprì, raschiai il legno con le unghie, girai intorno alla parete d’argilla in ascolto e mi rispose un silenzio vuoto, nessun respiro, nessun soave pigolio di galline addormentate mi arrivò dalle fessure, dagli intervalli dell’argilla, dalle ciocche pettinate della paglia del tetto, raschiai ancora il legno e la vecchia con la pipa in bocca socchiuse la porticciola, fece scivolare su di me uno sguardo minerale, un panno le ondeggiava leggermente interno al ventre magro, mi avvicinai, sbirciai dentro, lo stoppino illuminava il letto deserto, le pieghe di gesso delle lenzuola, i barattoli rugginosi sulle mensole, il terribile vuoto dell’assenza».

Ma al contempo ci troviamo di fronte a un libro di memorie, a un libro di poesia, a un’autobiografia lirica scalpellati dalla penna più originale degli ultimi decenni. Cosa aspettarsi, dopo tutto, da un medico psichiatra che abbandona la propria professione per dedicarsi con sforzo immane alla letteratura? Chirurgo di sogni, infaticabile cantastorie di una realtà complessa e a tratti schizofrenica ("Memoria d’Elefante", "Che farò quando tutto brucia?", "Conversazione con gli uccelli", "La morte di Carlos Gardel", "L’Arcipelago dell’insonnia"...), Antunes elabora una lingua abbacinata, folle, saggia, scarna, tutta tesa verso la fatica della perfezione e della parola assoluta.

«Vuole succhiare la fetta di arancia e metterla nel portacenere, come una fetta opaca e secca di sole ottobrino, succhiare l’arancia a occhi bassi per risparmiarsi lo spettacolo derisorio della mia commozione, commozione da bevitore, alle due del mattino, quando i corpi cominciano a spostarsi come tergicristalli, quando il bar è un Titanic che fa naufragio e le bocche silenziose intonano inni privi di suono, aprendosi e chiudendosi come le labbra tumefatte dei pesci?»

           Come ha scritto in modo brillante Roberto Francavilla, “In culo al mondo” si fonda sul concetto della distanza. Una distanza feroce e inevitabile, che provoca nella coscienza un meccanismo di straniamento (le patologie dell’addio e della malinconia) e la conseguente sovversione di valori considerati inattaccabili.

Nella eco di questa lontananza, che è poi la lingua della nostra infanzia, gettiamo un grido di gioia, consapevoli che a Lobo Antunes non dispiacerebbero i molari silani, le sue cascate, i suoi ruscelli, i suoi flussi di coscienza infiniti.

ÁNTONIO LOBO ANTUNES, In culo al mondo, 1979

Traduzione di Maria José de Lancastre

Feltrinelli / Einaudi

ELIAS CANETTI / AUTO DA FÉ




Monte Scuro, (1.633 m), 7/01/2012 – 6:00:03



Il vento di tramontana che sferza l’altopiano ci suggerisce verze, formaggi podolici, conserve invernali a base di allori e origano di timpa. È un vento tragico, che tuttavia non impedisce al nostro pastore di sfogliare pagine memorabili della letteratura come quelle contenute ne “La lingua salvata”, “La tortura delle mosche” o “Le voci di Marrakech”. Ma il suo piglio da grande studioso, da erudito del campo selvaggio, il suo istinto affrancato da ogni convenzione, lo avvicina tremendamente al Kien di “Auto da fé”: un romanzo che potrebbe far ardere un’intera biblioteca di bestsellers d’accatto che popolano le affollate scansie delle vetrinette di provincia. Come Kien, di fatto, il nostro pastore disprezza i professori senza idee, considera inutili i contatti con il mondo caotico delle città e ama sconsideratamente una cosa sola: i libri.

«Aveva l’abitudine, durante le passeggiate che compiva fra le sette  e le otto del mattino, di dare un’occhiata alle vetrine di tutte le librerie che trovava sulla propria strada. Quasi con gioia constatava che robaccia e porcherie d’ogni genere occupavano sempre più spazio. Quanto a lui, possedeva la più importante biblioteca privata di quella grande città, e ne portava con sé sempre una piccola parte».

                Elias Canetti, ebreo bulgaro di Spagna, nato a Rustschuk, scrittore in tedesco e Premio Nobel per la letteratura nel 1981, è stato un grande viaggiatore, un irraggiungibile esploratore di fiabe e di miti popolari, senza mai abbandonare la sua storia di uomo e di artista. Il suo scrivere tirato e brillante, che non disperde i residui della parola bensì resta sempre intenso e palpitante in tutti i particolari, ha accattivato gli occhi e l’intelligenza di milioni di lettori in tutto il mondo. In “Auto da fé” Canetti intreccia la storia di Kien ( già chiamato in un primo abbozzo con la sigla B.; da Büchermensch – Uomo dei libri; e Brand ovvero Incendio) con quella della governante Therese, una donna moralista e falsa, di cortissime vedute. Una maglia passionale narra il sottile ma violento contrappasso della vita su Kien, che aveva cercato di fuggirla con la stessa precisione con cui, da sinologo, sviscerava un testo antico.

«L’atrio si riempie di volumi e volumi. Lui si aiuta con la scala. Ben presto ha raggiunto il soffitto. Torna nella sua stanza. Gli scaffali gli spalancano in faccia occhiaie vuote. Davanti allo scrittoio il tappeto è in fiamme. Porta fuori tutti i vecchi giornali dalla stanzetta accanto alla cucina. Li apre e li gualcisce, li appallottola e li getta in tutti gli angoli. Riporta la scala dov’era prima, al centro della stanza. Sale fino al sesto gradino, sorveglia il fuoco e aspetta. Quando finalmente le fiamme lo raggiungono ride forte, come non ha mai riso in tutta la sua vita».

          Tra i sopori che abbandonano i corpi percossi dalle dure stilettate dei frísuli o delle prime fríttule, inerpicandoci sulle colline materne per distruggere con gli sguardi i nostri tramonti calabri, bisogna ricordare un aneddoto degno di nota. Elias Canetti (che aveva dato al romanzo il titolo provvisorio di “Kant prende fuoco”) fece rilegare in tela nera il manoscritto e lo inviò a un tale Thomas Mann. Dopo alcuni giorni il manoscritto tornò indietro senza essere stato letto nemmeno un verso. Per diversi anni non si trovò un solo editore che osasse pubblicare Auto da fé, ma quando uscì con il titolo definitivo di “Die Blendung” e Kant si trasformò in Kien (in tedesco, legno resinoso di pino), Thomas Mann lo celebrò quale libro dell’anno.

Per questo motivo non ci resta che osservare l’orizzonte e sussurrare, tra il Jassa e il Savuto, una frase tratta da “Un regno di matite”:

«Il successo ascolta solo l’applauso. È sordo a tutto il resto».  

ELIAS CANETTI, Auto da fé, 1996

Traduzione di Luciano e Bianca Zagari

Adelphi Edizioni