domenica 29 settembre 2013

JOÃO GUIMARÃES ROSA / GRANDE SERTÃO







Monte Serralta, (1.246), 29/09/2013 – 6:00:15


È Sila. Mitico altipiano battuto da lupi e solitudine, cremisi, limpido. È Sertao, primitivo e segreto, verdeoro di riverberi e silenzi. Sono due ferite lente e profonde, colme di  grani di sale grandi quanto dita, che si sbottonano e fiatano sulla natura immensa. Sono pini o palme giganti, scalfiti da pastori e pirati di foresta, bestemmiatori e anacoreti, branchi di loschi individui che vanno per lande e spazi radi alla ricerca di una magia da poter raccontare.

«Nonnulla. I colpi che vossignoria ha sentito non erano di rissa di uomini, no, Dio ne guardi. Ho sparato contro un albero, dietro la casa, dalla parte del torrente. Per esercizio. Lo faccio tutti i giorni, mi piace; fin da quando ero appena un ragazzo. E lì, sono venuti a chiamarmi. Per via di un vitello: un vitello bianco, erratico, gli occhi che manco un cristiano – che era apparso; e con faccia di cane. Così m’han detto; io non l’ho voluto vedere. E poi, con le labbra rovesciate in fuori, per difetto di nascita, quello sembrava ridere come una persona. Faccia di gente, faccia di cane: decisero – era il demonio. Popolo ignorante. L’hanno ammazzato.»

Grande Sertão, scritto nel 1956 da João Guimarães Rosa, è un’opera incrollabile che rimanda, con rovesciate e intonazioni, al miglior Céline, ma anche alle esclamazioni di un Cervantes o un Mo Yan. All’interno di una trama originale e complessa, si narrano le epiche gesta di due eroi popolari, Riobaldo (alias Tatarana Urutù) e Diadorim, custodi di un linguaggio inusitato e iperreale.

«Adesso, che vossignoria ha sentito, io domando. Perché mai accadde che io dovessi incontrare quel Bambino? È una sciocchezza, lo so. Lo riconosco. Vossignoria non mi risponda. Ma, che coraggio tutto di un pezzo era quello, di lui? Di Dio, del demonio? Per una ragione o per l’altra, questo che io vivo domandandomi, per saperlo, neppure il mio compare Clemente me lo sa spiegare. E  che cosa aveva in mente il padre di lui? In quella circostanza, data la mia età, non mi proposi questa domanda. Senta un po’: un ragazzino, a Nazaré, fu oltraggiato, e ammazzò un uomo.»

La presenza di Riobaldo, è deducibile solo dal ragionamento del narratore che espone la sua vita a un interlocutore separato dai fatti, a cui si rivolge col titolo di Vossignoria con un linguaggio e accento tipici del Sertao. Senza seguire una forma lineare, traboccando nella floridezza di una voce straordinaria, Riobaldo compone le vicende della sua vita attraverso l’autognosi delle proprie scoperte. Egli commisura le forze del bene e del male, raccontando le particolarità dei diversi personaggi e svelandone il codice d'onore.

«Con i vivi è uno che nasconde i morti. Quei morti – Giosio, tutto intorcinato, con grumi di sangue pendenti dalle narici e dalle orecchie; Acrisio, riposato in uno stato di quiete, che lui non aveva mai avuto in vita; Gioacchino Postulo, meticoloso e onesto, che non aveva mai visto un treno, e di quando in quando domandava come era; ed Evaristo Caitité, con gli alti occhi fermi, lui che sempre era stato allegro in mezzo a tutti.»

Se è credibile che il sertão sia dove il pensiero della gente è più forte del luogo, come in Sila, è altrettanto certo che con questa confessione irrazionale João Guimarães Rosa ci restituisce l’uomo con tutte le sue contraddizioni. Un sognatore di verità, un guerrafondaio di pace pronto a raccontare il miracolo di una vita che, troppe volte, non seduce e non brilla.

«Era ridente e bella da descriversi; ma oggigiorno, vossignoria intenderà bene, non sarebbe neppur conveniente, avrei pudore di parlarne molto. La mia Otacilia, bellezza nascosta, nel rilievo della gioventù, vezzo di rosmarino, la solida presenza. Fui io che per primo indirizzai gli occhi a lei. Immersi la mano nel miele, controllai la mia lingua. Lì, parlai degli uccelli, che si abbandonavano ai loro voli prima del sopravvenire dell’afa. Quella visione degli uccelli, quell’argomento di Dio, era Diadorim che me l’aveva insegnato.


João Guimarães Rosa, Grande Sertão, 1956

Traduzione di Edoardo Bizzarri

Feltrinelli