Monte Curcio, (1.788), 17/02/2013
– 6:00:14
Sull’erica scarlatta che sbrana
il canapaio a ridosso del mare è nato un fiore. Azzurro come un infarto di
minuti, alle tre e trenta, lento e dolciastro sui palloni e sul vociare remoto
dei bambini, si allarga come un’ombra di cristallo per poi morire sopra un
muro. Su quel muro che sa di more selvatiche e ginocchia ferite, di cemento e
amore, divorato, spacciato, solo. L’amore dei cani e delle gatte tra i
cornicioni di acagiù e alluminio, trascinato a stento e con passione per le
strade vuote di un paese dimenticato da tutti e di nessuno. Eppure qualcosa
arde sui panni attaccati ai cordoli del televisore, inariditi dal sole di
febbraio, simile alla lama di un pugnale splendente prima che conosca le carni
d’oro del vitello.
«Avevo
due anni. ero nudo, in piedi; mi piegavo verso il suolo e passavo la lingua
sulla terra. Il primo sapore di cui mi ricordo è quello della terra. Mangiavo
terra con mia cugina Dulce Ofelia, che aveva due anni anche lei. Ero un bambino
magrolino, ma con la panciona, per tutti i vermi che mi erano cresciuti nello
stomaco.»
Un fiore nella sabbia, come
ricorda il cognome di Reinaldo, Arenas, indifeso e spazzato via dal vento come
il granello di una spiaggia cubana. “Prima che sia notte”, pubblicato
clandestinamente sotto il titolo di Antes que anochezca, rivela uno scrittore
libero, recluso e ostacolato a causa della sua condizione di artista e
omosessuale. Per queste due colpe ‘imperdonabili’, il regime castrista lo
torturò per anni, costringendolo a seguire un assurdo programma riabilitativo.
Ma Reinaldo Arenas, eterno ribelle, arricciato e penetrante, non ha mai trascurato
la sua penna, regalando alle generazioni future pagine importanti di speranza e
resistenza.
«Avendo
l’intenzione di tenermi l’orologio a qualunque costo per darlo a mia madre, lo
nascosi nelle mutande. Un prigioniero più anziano, con il quale feci poi
amicizia e che era già stato in altre carceri, mi disse di farlo sparire
immediatamente. Quando gli feci vedere la bussola mi disse che era incredibile
che fossi riuscito ad entrare con quello strumento[…] Le pillole eccitanti che
avevo ancora con me, prese in dose massiccia, potevano causare la morte. Avevo paura
delle torture e avevo paura di coinvolgere i miei amici, alcuni dei quali
avevano già corso molti rischi a causa mia.»
Fuggire, nei ghetti, nelle
stamberghe, nascondersi persino nelle malattie, pur di sottrarsi alle ipocrisie
del mito della rivoluzione assente. Sopravvivere in altri corpi, prostituirsi
nel fisico laddove tutti gli altri si prostituirono con l'anima, scampare agli
interrogatori, alle violenze. Lo slancio adolescenziale con cui Reinaldo Arenas
racconta le sue peripezie, scandite da amori rivieraschi e inquisizioni
militari, è quello di un uomo destinato a scrivere della propria esistenza come
se fosse esiliato nel suo corpo e nella sua terra. Una penna contadina mescolata
sapientemente e in modo fresco con il succo acido del sopruso e del distacco.
«Non
mi era possibile, nello stesso modo, nasconderlo a Aurelio Cortés, mio grande
amico, con il quale facevo lunghe code ai ristoranti dell’Avana per non morire
di fame. Aurelio era dentista e aveva denti lunghi, smisurati; era un lettore
vorace: si poteva quasi dire che leggeva con i denti. Gli mancava una delle
qualità fondamentali dei cubani: il senso dell’umorismo.»
Il fiore azzurro adesso è
diventato una pianta che a sua volta fiorisce in mezzo a un deserto di voci. Un
uomo continua a morire all’ombra di due pini. Il muro dietro il quale e su cui
hanno amato e infine odiato tante generazioni di ragazzi è ancora lì, sebbene
assediato e solo.
«Amici cari, a causa dello stato
precario della mia salute e della terribile depressione sentimentale che provo
al non poter più scrivere e lottare per la libertà di Cuba, metto fine alla mia
vita. Negli ultimi anni, benché molto malato, ho potuto terminare le mie opere
letterarie, alle quali ho lavorato per quasi trent’anni. Vi lascio in eredità
tutte le mie paure, ma anche la speranza che presto Cuba sia libera. Sono soddisfatto
di aver contribuito, anche se modestamente, al trionfo di questa libertà. Metto
fine alla mia vita volontariamente, perché non posso continuare a lavorare. Nessuna
delle persone che mi stanno vicino è coinvolta in questa decisione. C’è solo un
responsabile: Fidel Castro. La sofferenza dell’esilio, la solitudine e le
malattie non mi avrebbero certo colpito se avessi potuto vivere, libero, nel
mio paese. Esorto il popolo cubano dell’esilio, come dell’Isola, a continuare a
lottare per la libertà. Il mio non è un messaggio pessimista, è un messaggio di
lotta e di speranza. Cuba sarà libera. Io lo sono già.»
Reinaldo Arenas, Prima che sia
notte, 1992
Traduzione di Elena Dallorso
Guanda Editore
