venerdì 19 ottobre 2012

MO YAN / SORGO ROSSO







Passo dello Scalone, (744 m), 19/10/2012 – 6:00:13


Tra i monti calabri è sbocciata la primavera, ma l’autunno ha posato le sue dita cremisi sui faggi e tra  il folto pube delle pinete già da un mese. Rossi gli aceri, rossi i sambuchi, rossi anche le felci con i suoi miceti umidi. Nel bosco i cacciatori steccano i cinghiali e a volte sbagliano mira: uomo contro uomo, vita contro morte. E rosso è pure il sangue che sgorga nei rigagnoli delle siepi di castagno e filo spinato; rosso come il sorgo che abita il deserto di Gaomi, la città-mondo costruita magistralmente da Mo Yan nell’armadio che trattiene la sua infanzia contadina.

«Ho amato profondamente la zona a nord-est di Gaomi, e l’ho odiata profondamente. Divenuto adulto, mi sono immerso nello studio del marxismo e ho capito che è senza dubbio il posto più bello e più orribile del mondo, il più insolito e il più comune, il più puro e il più corrotto, il più eroico e il più vile, il paese dei più grandi bevitori e dei migliori amanti.»

Simile all’imperturbabile Pietra Cappa, monumento vivo di una Calabria occulta, coltellata di roccia tra San Luca e Careri, l’enorme fusto del sorgo tinge l’esistenza di un intero popolo, quello cinese, in una lotta brutale contro l’esercito del Giappone. Un fratricidio impietoso che va dalle grassazioni e dal banditismo degli anni Venti del Novecento fino al periodo che anticipò la Rivoluzione Culturale. In una narrazione visionaria e cruda, a tratti disumana, il vegetale rosso scandisce il tempo degli uomini con carità e perversità estreme.
                
 «Mio padre vide il coltello di Sun Wu che recideva come una sega l’orecchio di zio Liu… Lo zio urlava come un pazzo mentre fiotti di piscio giallo gli sprizzavano in mezzo alle gambe. Le gambe di mio padre tremavano. Un soldato giapponese si avvicinò a Sun Wu con un piatto di ceramica bianca in mano, Sun Wu vi pose dentro il grande e carnoso orecchio di zio Liu. […]Sun Wu si chinò e tagliò con un sol colpo i genitali dello zio e li mise nel piatto di ceramica che gli porgeva il soldato. […] Il soldato mise il piatto sotto il muso del cane, che dette un paio di morsi e poi risputò.»

Epos e bile si fondono lungo immensi campi di sorgo. Una civiltà disseminata di soldati, monaci buddisti, canaglie, maghi taoisti, nonne temerarie, appende il suo destino ad una pianta che ne decreta l’inizio e la fine. Sorgo rosso, di violenza, di sangue; sorgo verde, di presagio, di fatalità, utilizzato per foraggiare le bestie, per ubriacarsi tra amici, per spazzare via le macchie umane, per fare il pane.
                
 «Mia madre aveva freddo, ma dentro bruciava come il fuoco. Non mangiava né beveva dalla mattina del giorno precedente. L’arsura aveva cominciato a tormentarla la sera del giorno prima, quando nel villaggio era divampato l’incendio. Durante la notte la fame era giunta al culmine.»

Il sentimento di crudezza che avviluppa la scrittura di Mo Yan, rammenta le pagine più realiste di Vargas Llosa, Faulkner e Coetzee: l’uomo sempre in bilico tra la paura di morire e la necessità di sopravvivere. Yu Zhan’ao – questo è il nome del protagonista di “Sorgo rosso” – rappresenta un Cristo moderno, paladino generoso di una famiglia obbligata a versare il proprio sangue pur di difendere il sogno dell’esistenza.
              
  «Quando si ridestò, la seconda nonna aveva esalato l’ultimo respiro; dalla finestra veniva la puzza di decomposizione del cadavere e l’odore marcio del sangue. Quando Lian’er fu deposta nella bara, le persone presenti si coprirono il naso con fazzoletti di pelle di montone imbevuti di vino di sorgo.»

Un romanzo in cui un vento maschio spazza una terra femmina e dove il sangue buttato è morbido e liscio come piume d’uccelli. Una storia irripetibile sul sorgo, sul sangue, sul lavoro, sulla guerra. Sull’uomo: sulle sue radici.


Mo Yan, Sorgo rosso, 1988

Traduzione di Rosa Lombardi

Einaudi