Passo dello Scalone, (744 m),
19/10/2012 – 6:00:13
Tra i monti calabri è sbocciata
la primavera, ma l’autunno ha posato le sue dita cremisi sui faggi e tra il folto pube delle pinete già da un mese.
Rossi gli aceri, rossi i sambuchi, rossi anche le felci con i suoi miceti
umidi. Nel bosco i cacciatori steccano i cinghiali e a volte sbagliano mira:
uomo contro uomo, vita contro morte. E rosso è pure il sangue che sgorga nei
rigagnoli delle siepi di castagno e filo spinato; rosso come il sorgo che abita
il deserto di Gaomi, la città-mondo costruita magistralmente da Mo Yan nell’armadio
che trattiene la sua infanzia contadina.
«Ho amato profondamente la zona a
nord-est di Gaomi, e l’ho odiata profondamente. Divenuto adulto, mi sono
immerso nello studio del marxismo e ho capito che è senza dubbio il posto più
bello e più orribile del mondo, il più insolito e il più comune, il più puro e
il più corrotto, il più eroico e il più vile, il paese dei più grandi bevitori
e dei migliori amanti.»
Simile all’imperturbabile Pietra
Cappa, monumento vivo di una Calabria occulta, coltellata di roccia tra San
Luca e Careri, l’enorme fusto del sorgo tinge l’esistenza di un intero popolo, quello
cinese, in una lotta brutale contro l’esercito del Giappone. Un fratricidio impietoso
che va dalle grassazioni e dal banditismo degli anni Venti del Novecento fino
al periodo che anticipò la Rivoluzione Culturale. In una narrazione visionaria
e cruda, a tratti disumana, il vegetale rosso scandisce il tempo degli uomini
con carità e perversità estreme.
«Mio padre vide il coltello di Sun
Wu che recideva come una sega l’orecchio di zio Liu… Lo zio urlava come un
pazzo mentre fiotti di piscio giallo gli sprizzavano in mezzo alle gambe. Le gambe
di mio padre tremavano. Un soldato giapponese si avvicinò a Sun Wu con un
piatto di ceramica bianca in mano, Sun Wu vi pose dentro il grande e carnoso
orecchio di zio Liu. […]Sun Wu si chinò e tagliò con un sol colpo i genitali
dello zio e li mise nel piatto di ceramica che gli porgeva il soldato. […] Il soldato
mise il piatto sotto il muso del cane, che dette un paio di morsi e poi risputò.»
Epos e bile si fondono lungo immensi campi di sorgo. Una civiltà disseminata
di soldati, monaci buddisti, canaglie, maghi taoisti, nonne temerarie, appende
il suo destino ad una pianta che ne decreta l’inizio e la fine. Sorgo rosso, di
violenza, di sangue; sorgo verde, di presagio, di fatalità, utilizzato per
foraggiare le bestie, per ubriacarsi tra amici, per spazzare via le macchie
umane, per fare il pane.
«Mia madre aveva
freddo, ma dentro bruciava come il fuoco. Non mangiava né beveva dalla mattina
del giorno precedente. L’arsura aveva cominciato a tormentarla la sera del
giorno prima, quando nel villaggio era divampato l’incendio. Durante la notte
la fame era giunta al culmine.»
Il sentimento di crudezza che avviluppa la scrittura di Mo Yan,
rammenta le pagine più realiste di Vargas Llosa, Faulkner e Coetzee: l’uomo sempre
in bilico tra la paura di morire e la necessità di sopravvivere. Yu Zhan’ao –
questo è il nome del protagonista di “Sorgo rosso” – rappresenta un Cristo
moderno, paladino generoso di una famiglia obbligata a versare il proprio
sangue pur di difendere il sogno dell’esistenza.
«Quando si
ridestò, la seconda nonna aveva esalato l’ultimo respiro; dalla finestra veniva
la puzza di decomposizione del cadavere e l’odore marcio del sangue. Quando Lian’er
fu deposta nella bara, le persone presenti si coprirono il naso con fazzoletti
di pelle di montone imbevuti di vino di sorgo.»
Un romanzo in cui un vento maschio spazza una terra femmina e dove il
sangue buttato è morbido e liscio come piume d’uccelli. Una storia irripetibile
sul sorgo, sul sangue, sul lavoro, sulla guerra. Sull’uomo: sulle sue radici.
Mo Yan, Sorgo rosso, 1988
Traduzione di Rosa Lombardi
Einaudi
