domenica 11 dicembre 2011

VARUJAN VOSGANIAN / IL LIBRO DEI SUSSURRI





Monte Reventino, (1.417 m), 11/12/2011 – 6:00:02




È un odore di rocce madide, di fronde irrorate dalle brine autunnali che si dirigono verso l’Albania, è un profumo intenso di foglie calpestate, di funghi remoti che qui chiamiamo con semplicità sìlli, rusìti, vuìte, mazz’e tambùru, pìrit’e-lùpu. È un effluvio di sussurri, insomma. Brezze che ci conducono ai sapori primitivi, ai salumi, alle cipolline sott’olio, al caffè, alla lingua dei nonni, al dialetto, alla coperta dell’infanzia.

«Io sono, più di ogni altra cosa, quel che non sono riuscito a compiere. La più vera delle vite che indosso, come un fascio di serpenti annodato a un’estremità, è la vita non vissuta. Sono un uomo che su questa terra ha vissuto immensamente. E che nella stessa misura non ha vissuto».

Varujan Vosganian ne “Il libro dei sussurri” tesse i nodi di una trama sorprendente alla quale si appiglia un’umanità singolare, quella armena, attraversata dalla spietata geografia di chi è stato costretto a nascondersi con il corpo e con la mente dagli attacchi di una guerra poi sfociata in un cruento genocidio. In tal modo, da una letteratura intrisa di umori fuggitivi e personaggi incancellabili sgorga un romanzo simile a un fiume, fresco ed autentico. Dalle stradine di Focşani fino alle fragranze che avvolgono la cantina della nonna Arshaluys, dai caratteri selvaggi di Sahag e Yusuf alle pagine vissute del nonno Garabet, si dipana la saga di un destino che ha tatuato l’identità di un popolo ricco di cultura e arte.

«Tuttavia, anche se non riuscivano a farsi sentire, i deportati scrivevano, scrivevano per loro stessi. I manoscritti rimasti nello spazio compreso tra i sette cerchi della morte furono vergati lungo le vie della deportazione, ovunque si riusciva a trovare un pezzo di legno, un paracarro, un tronco dalla corteccia cedevole, un muro. Per lungo tempo, finché le piogge non le bagnarono e i venti non le cancellarono, parole e lettere armene rimasero scritte o incise nel legno e nella pietra. Coloro che passavano comunicavano così con quelli che venivano dopo.»

“Il libro dei sussurri” conquista perché sembra scritto da un contadino della penna, che ha dovuto arare il proprio cuore nella terra dei ricordi, con sofferenza e con coraggio. Con le mani. Un romanzo epico, scolpito nella pietra della memoria, dimenticato dalle mappe ufficiali, sperduto e luminoso come un sentiero scusàgno della valle del Mucone. Dalla Cilicia a Deir-ez-Zor, passando attraverso i meandri dell’Eufrate (dal curdo fere-re-hat, la grande acqua che scorre), Varujan Vosganian narra un avvenimento del passato concreto che allo stesso tempo è universale, gettando sale grosso sull’inguaribile ferita della Storia. Ed è anche una coltellata inferta alla prepotenza dell' uomo, troppe volte accecato dai bagliori di un mito sbagliato, quello della razza e della giustizia, che si confonde con la realtà. Un uomo estinto nella sua stessa specie.

«Dopo che le zolle di terra ebbero ricoperto la bara discesa nella fossa, lasciammo il cimitero, noi a modo nostro, il nonno nel suo, e così gli uccelli. Rimasero solo le nebbie, convogli interi di creature traslucide che avanzavano lente, innaturali, come un sogno vissuto a ritroso, tante vite non vissute, che generavano bambini e nipoti non vissuti e avvolgevano i loro accompagnatoti sulla terra, eroi di questo libro e dialtri che ancora scriveranno, nella foschia diafana dei morti recenti, molti di loro senza nome, in una malinconia dal sapore dolce-amaro, come aria non solcata da volo d’uccello.»

       Nel panismo rapsodico di Vosganian, lungo le traiettorie impazzite della poiana che plana impavida e pura sui verdi molari de ‘La Fossiata’, rifulge il vessillo dell’Armenia, della sua poesia, del suo popolo, della sua libertà. Un libro da leggere. Anche più di una volta.


VARUJAN VOSGANIAN, Il libro dei sussurri, 2009


Traduzione di Anita Natascia Bernacchia

Keller editore

domenica 2 ottobre 2011

MAX FRISCH / HOMO FABER


Monte Femminamorta, (1.723 m), 03/10/2011 - 6:00:01




Perché iniziare con “Homo Faber” di Max Frisch?

Saremo asciutti e melliferi come i fiori di robinia che avvolgono Croce di Magàra tra aprile e maggio: si tratta di un libro di cesura, di una presa di posizione sulla realtà da parte di un individuo che affronta la menzogna, la stupidità e la violenza del nostro tempo. Di uno schietto eroe della cultura tecnologica che si accanisce a non ravvisare ciò che non può comprendere. Egoista, distaccato, cinico.

Lontano dagli sbadigli barocchi dei tori stravaccati lungo i lidi del lago Cecita, Walter Faber crede semplicemente al tempo che scandisce la sua sveglia assoluta, fatta di calcoli e sentimenti aritmetici. Dimentichiamo dunque i falò che avvampano tra le trecce annerite dei racconti di Dionigi di Alicarnasso e gli aceri che ardono con lentezza nelle canicole estive: il nostro ingegnere ama le dune pantanose, le secche morse dalle libellule e i silenzi delle praterie.

«Vedo le rocce frastagliate, nere contro la luce della luna; può darsi che abbiano l’aspetto delle schiene dentate di animali preistorici, ma io so che sono rocce, formazioni rocciose, probabilmente d’origine vulcanica, cosa che bisognerebbe accertare. Perché dovrei aver paura? Non ci sono più animali antidiluviani. Perché dovrei immaginarmeli? Non vedo neanche angeli impietriti, mi dispiace tanto, e neanche demoni; vedo quel che vedo: le solite forme erosive, inoltre la mia lunga ombra sulla sabbia, ma nessuno spettro. Perché lasciarsi andare a sentimenti effeminati? Non vedo neanche un diluvio universale, ma solo sabbia, illuminata dalla luna, marezzata dal vento come acqua, il che non mi sorprende; lo trovo non fantastico, ma spiegabile».

Lunatico e febbrile, deciso e ridicolo, al limite della indulgenza, Walter incarna in maniera perfetta il carisma di un uomo disposto a difendere le proprie certezze attraverso un metodico arsenale intellettuale. Ma è anche un viaggiatore esotico per caso, costretto a naufragare come un Ulisse racchiuso nella gora di un laghetto di trote a Lorica e ad alienarsi da una realtà che senz’altro ha la fragranza ambrata del caciocavallo e il cuore balsamico del fico dottato.

«Io la chiamavo sognatrice, e ninfa dell’arte. Lei, da parte sua, mi chiamava Homo Faber. Talvolta  avevamo veri e propri litigi, come quando tornavamo dal teatro, dove persisteva a trascinarmi; Hanna aveva, da un lato, tendenze comuniste, cosa che non sopportavo e, dall’altro, mistiche, per non dire isteriche. Non c’è niente da fare, io sono un tipo concreto, coi piedi piantati in terra. Ciononostante eravamo assai felici insieme, mi pare, e a dire il vero non so proprio come mai non si giunse al matrimonio, ma non ci si è giunti».
                
        E non si meravigli il lettore al guinzaglio, il cane da tartufo plastificato degli ipermercati, il telespettatore del Tg4, l'amanuense dei palinsesti truccati. Rispetto per le pecore che pascolano sull’altopiano silano, esse lambirono e continuano a suggere il denso oro della pece che rivestì le navi romane, a brucare l’erba che calpestarono i barbari, a respirare gli incensi delle danze tribali di Sibari.

«Di fatto gli stranieri che vivono in Svizzera hanno spesso un rapporto più lieto del nostro con questo paese. Si astengono da ogni critica di fondo. La nostra critica riesce loro penosa e preferirebbero esserne risparmiati. Che cosa li attira, oltre al segreto bancario svizzero? Ma evidentemente ogni sorta di cose: i paesaggi, la posizione centrale in Europa, la pulizia, la stabilità della valuta, un po’ meno gli uomini (su questo punto si tradiscono con l’uso occasionale di stereotipi peggiorativi), ma soprattutto una specie di dispensa: qui è sufficiente avere soldi e documenti in ordine e non meditare cambiamenti. Se la polizia dell’ufficio stranieri non pensa a stuzzicarli, la Svizzera non è tema di discussione per gli stranieri in Svizzera. Ciò di cui godono: il comfort dell’astoricità». (tratto da Diario della coscienza 1966-1971; trad. dal tedesco di Bruna Bianchi)

Il Max Frisch di “Stiller” (1954), “Il mio nome sia Gantenbein” (1964) e “L’uomo nell’Olocene” (1979), nato a Zurigo il 15 maggio del 1911, è un grandioso chirurgo della società attuale, che sa chi sono, dove si dirigono e da dove arrivano i lupi. Azzanniamolo.

 MAX FRISCH, Homo Faber, 1957

Traduzione di Aloisio Rendi

Feltrinelli